Tsipras, l'Unione Europea e l'esigenza di uno sguardo lungoTribuno del Popolo
giovedì , 19 ottobre 2017
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Tsipras, l’Unione Europea e l’esigenza di uno sguardo lungo

Com’è vero che la fase storica, in Europa, è totalmente sovraordinata – sino ai minimi dettagli politici, sociali e istituzionali – dalla nefasta e violenta costruzione dell’Unione europea per mano del capitale transnazionale europeo, così è vero che le vicende di questi giorni di inizio febbraio 2015 – tutte segnate dal tentativo di Alexis Tsipras e dal suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, di aprire con la BCE una trattativa sul debito greco – sono di capitale importanza sia per le future dinamiche interne all’Ue che per le stesso futuro politico delle forze comuniste e di sinistra d’Europa.

Fonte: Marx21.it

Dopo la vittoria elettorale e la costituzione del nuovo governo greco, Tsipras e Varoufakis, in questi giorni, sono partiti per un tour europeo, con l’obiettivo di presentare ai governi, alla Merkel, a Juncker e alla BCE di Mario Draghi, il loro progetto di “accordo provvisorio”, cioè la dilazione dei termini di pagamento del debito greco in cambio di una flessibilizzazione del pagamento stesso ( nell’essenza: il governo greco potrebbe pagare rate più alte nelle fasi di crescita economica e rate più basse nelle fasi d stagnazione) e in cambio di un programma radicale condotto dal governo Tsipras “ contro gli sprechi, la corruzione e l’evasione fiscale”.

Il tour in Europa di Tsipras e Varoufakis, che era iniziato con l’appoggio di Obama e sotto quella che sembrava essere una piccola, quanto sorprendente, buona stella ( le parole di Juncker : “ Si può anche oltrepassare la Troika”) sta rivelando ora tutte le sue drammatiche difficoltà.

Dal quattro febbraio in poi, quasi alla fine del viaggio greco nell’Ue, e in poche ore, l’artiglieria pesante della BCE e della Merkel ha iniziato a sparare contro l’ipotesi Tsipras, contro la proposta greca di “accordo provvisorio”.

Ha iniziato il governo tedesco, con un proprio Documento, ad affermare con nettezza che Atene deve subito – se davvero vuole trattare sulle forme di pagamento del debito – prendere le distanze dal programma elettorale che ha portato Syriza alla vittoria e che deve, invece “ avviare le riforme” che gli altri paesi dell’Eurozona hanno già avviato ( jobs-act per tutti!, par di sentire la Merkel). E oltre ciò, nello stesso “Documento di lavoro” che il governo tedesco ha inviato agli altri governi dell’Ue, i ministri della Merkel scrivono, senza indugi, che non solo la Grecia deve garantire di rimborsare il debito, ma deve mantenere tutti gli impegni relativi ai tagli sociali, alle riforme e alle privatizzazioni che i precedenti governi avevano concordato con la Troika. Compresi i tagli ai salari, alle pensioni e allo stato sociale.

Ha proseguito sulla stessa linea la Bundesrepublik, che ha chiaramente affermato che il governo Tsipras deve accettare le regole coniate dalla Troika, pagare i creditori come la BCE, il FMI e Fondo salva – stati, oltreché tutti i creditori bilaterali.

Per ultimo – a distanza di poche ora dalla Merkel e dalla Bundesrepublik – venne Draghi, che con tono teutonico e imperiale ha sentenziato: “La BCE non accetterà oltre l’11 febbraio i titoli ellenici come garanzia”. E cioè: i titoli ellenici sono – per Draghi e per il sistema bancario-finanziario – titoli spazzatura ( letteralmente: “non investment grade”), titoli emessi da un governo insolvente o vicino ad esserlo e possono essere accettati ad una sola condizione: che essi abbiano come “corredo politico” la garanzia di un programma economico di lacrime e sangue. Esattamente ciò che hanno fatto i governi precedenti Tsipras e per cancellare i quali Syriza ha ottenuto il consenso popolare.

La ciliegina sulla torta anti Tsipras l’ha posta, di nuovo, la Merkel che ha abbastanza perfidamente ricordato che “l’Ue è con la Germania, non con Tsipras”. “ Ho parlato al telefono con Renzi, con Hollande – ha proseguito la Merkel – e con gli altri capi di Stato: le loro posizioni non differiscono, nella sostanza, da quelle di Berlino”. E ciò, naturalmente, al di là delle pacche sulle spalle ricevute da Tsipras, a Roma, anche da Matteo Renzi.

In questo quadro viene a tenersi, il 6 febbraio, l’ultimo incontro Grecia-Ue, tra Varoufakis e il ministro delle Finanze tedesco Wolfang Schaeuble. E non crediamo che da tale incontro i toni tedeschi usciranno smorzati. O un’altra Ue venga delineata, se non quella durissima che ha già piegato i popoli europei.

Il governo Tsipras, dunque, è già ad un bivio: o accetta le condizioni capestro della BCE e della Merkel o trova la strada per un’altra mediazione positiva per il popolo greco, che alla luce di ciò che sta accadendo sembra davvero difficile possa materializzarsi. E se nessun’altra mediazione positiva sarà possibile, che rimarrà da fare a Tsipras? Non è che rimarrà solo la strada della relazione economica con la Russia, già proposta da Putin? In fondo, la simpatia dimostrata da Obama a Tsipras aveva questo, come obiettivo centrale: evitare che la Grecia andasse verso la Russia e verso i BRICS.

Ed è da questa possibilità tutta materiale che deve iniziare ad aprirsi un dibattito più serio, profondo e cogente tra la sinistra e le forze comuniste dell’Ue: se l’Ue vuol costringere con la forza – come fa oggi con la Grecia – gli stati e i popoli a sottomettersi sino al pieno sacrificio di sé al progetto iperliberista di “germanizzazione dell’Europa”, è proprio vero che non vi sono alternative né all’Ue né all’Euro? Non vi è un altro mondo – ad esempio il mondo dei BRICS – col quale ci si può relazionare? Non vi sono altri spazi economici con i quali interagire? Non vi sono alternative alla gabbia imperialista tedesca? Se la proposta greca di trattativa sul debito fosse oggi brutalmente respinta, come appare allo stato delle cose, dall’Ue, dobbiamo tutti sperare che Tsipras (per evitare la genuflessione o la sconfitta) abbia un piano B : vedere le carte russe, che, certo, significherebbe un cambio di collocazione strategica internazionale, un’uscita, prima che dall’Ue e dall’Euro, dal sistema dittatoriale imperialista della Troika e un tentativo di salvezza del popolo greco. Syriza, sotto la pressione brutale del dominio tedesco, della BCE e del FMI ha già dovuto, per “ragion di stato”, annacquare significativamente il proprio programma politico e sociale e, sotto la pressione congiunta Ue, Usa e Nato , ha dovuto già abbandonare il suo progetto di liberare la Grecia dalla schiavitù militare imposta dalla NATO e dagli USA. Tuttavia,anche con un programma annacquato, Tsipras è demonizzato e respinto dall’Ue. Non è anche questa una lezione, che ci porta a riflettere su di un punto centrale? E cioè: è solo accettando come invalicabile il perimetro dell’Ue e dell’Euro che può organizzarsi una lotta per la liberazione dei popoli europei ? Sul piano storico un tale pensiero sarebbe- prima ancora che un orrendo dogma – una visione meschina e positivista della Storia, che ci riserva, invece, soluzioni sempre molto meno dogmatiche e scontate per il suo divenire. Come sanno, innanzitutto, i comunisti e la loro stessa storia rivoluzionaria, dall’Ottobre a Cuba, passando per la Cina e il Vietnam.

Allo stato delle cose, in Italia, il jobs – act, per quanto destrutturante sul piano sociale , non è che l’inizio di quel progetto liberista che serve all’Unione europea germanizzata per imporre il proprio ordine strategico. E l’avvenuta accettazione, anche attraverso il fiscal-compact, del pagamento del debito italiano attraverso una già presente e futura politica di lacrime e sangue, di tagli sociali e di obbedienza all’austerità, è la strada per giungere, in tempi verosimilmente brevi, alla via greca: taglio del 20%, 30% dei salari e delle pensioni anche in Italia; privatizzazioni massicce e tagli ancor più dolorosi al welfare. Tagli ai salari che possono arrivare per altre strade, non solo quelle dirette: basti pensare al disegno strategico di precarizzazione del lavoro e all’attacco al salario insiti nello stesso jobs – act; alla cancellazione del contratto nazionale del lavoro e all’ormai strategico rinvio del rinnovo del contratto nazionale del pubblico impiego. E, come vuole la BCE, il salario è già strutturalmente ridotto.

Che fare? I comunisti e la sinistra di classe debbono iniziare a riflettere e, a partire dalla difficilissima situazione nella quale oggi è costretto a muoversi Tsipras, debbono cominciare a chiedersi se l’Ue e l’Euro, per la libertà e la dignità dei popoli europei, siano le uniche strade da battere e non ve ne siano altre, nel grande mondo. Lenin, in fondo, con la Rivoluzione d’Ottobre, ci ha dato una lezione perenne: i rivoluzionari sanno alzare lo sguardo, sanno cercare altrove da ciò che l’imperialismo propone come unica via, sanno pensare in termini rivoluzionari. Ritenere l’Ue l’unica via possibile per i popoli che vogliono liberarsi potrebbe essere un pensiero assimilabile a quello riformista della Seconda Internazionale, per il quale c’era solo la possibilità di muoversi e lottare all’interno del quadro capitalista dato. Lenin, spezzando l’anello debole della catena, non si mise solo a capo della Rivoluzione d’Ottobre, ma ci disse, per sempre, che i rivoluzionari sanno mettere in discussione i dogmi, le certezze dettate dal potere. Che direbbe,oggi, Lenin? Per i popoli europei che vogliono liberarsi, che vogliono sottrarsi alla morsa del nuovo potere imperialista tedesco, c’è solo un campo in cui lottare, solo quello dell’Ue? O la libertà può passare per altre collocazioni, altre alleanze, altri mercati, altri partner internazionali? E il dominio di questa Ue dal carattere neoimperialista, con capitale Berlino, lo si può minare solo dall’interno o anche rafforzando un campo dal carattere antimperialista esterno alla stessa Ue? E ancora: siamo di fronte ad un poderoso progetto ideologico e mass-mediatico volto, da parte dell’Ue, a rendere mitologica la costruzione di questa Europa liberista e dentro questo mito in costruzione non possono esservi alternative. Domandiamoci: possiamo essere anche noi, comunisti, sinistra, vittime inconsapevoli di questa mitologia? “ Il Brasile parla portoghese”, dicono i compagni del Partito Comunista Portoghese, dicendo così che per Lisbona è più vicina Rio che Berlino e che l’Ue non è una prigione da cui mai più si potrà uscire. Anche molte nostre compagne e compagni affermano oggi, con troppa convinzione, che “non si deve e non si può uscire dall’euro, perché il problema non è l’euro ma è il debito pubblico”. Bene: iniziamo a ragionare e, magari, cominciando dal fatto che il debito pubblico si perpetua e si accresce, essenzialmente,a partire degli interessi che gli stati pagano ai moloc della BCE e al FMI ed è inestinguibile a partire dal fatto che – anche ideologicamente – la stessa Ue non permette che esso sia estinto o ridotto attraverso la tassazione delle grandi fortune o dei grandi patrimoni, ma solo attraverso la drastica riduzione della spesa sociale. A partire dalle immense difficoltà che oggi Tsipras sta vivendo, iniziamo almeno a pensare. Liberamente. Strategicamente. Senza dogmi. Con uno sguardo lungo. Coraggioso. Che da tempo non abbiamo.

Fosco Giannini

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