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venerdì , 22 settembre 2017
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Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?

TRATTO DA http://www.wumingfoundation.com/giap

Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.

Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:

«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
- Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
- Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
- Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadraturae, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.

La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.

Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenzaestesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiestaL’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».

Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=bC-dy_gp17c]

Vi chiediamo giusto un paio di cose:
- commentate qui sotto solo dopo aver visto La trappola e/o letto “L’orrore in Piazza Alimonda” e/o altre controinchieste linkate.
- negli eventuali commenti, cerchiamo di andare oltre affermazioni tautologiche come “Sbirri assassini!”. Ci piacerebbe riflettere insieme su come si impongono le verità ufficiali, su quali meccanismi e automatismi si basa la loro costruzione, sugli effetti prodotti dal restringimento dell’inquadratura etc.
Ci interessa smontare le “narrazioni tossiche”.

Uhm… Ci accorgiamo di non averlo scritto da nessuna parte, diamo per scontato che tutti lo sappiano, ma forse va ricordato agli smemorati.
Domani è il 20 luglio.
“Buon” anniversario.

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Un commento

  1. Gianni Sartori

    Intervista ad Haidi Giuliani
    di Gianni Sartori
    Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (2003)

    Haidi Giuliani è la madre di Carlo, il ragazzo ucciso in piazza Alimonda il 20 luglio 2001. L’abbiamo incontrata alla seconda edizione vicentina di “FestAmbiente”, dove, insieme a don Vitaliano Della Sala e a Umberto Pizzolato , ha preso parte al dibattito “Costruire l’Europa dal basso: l’opportunità del Social Forum europeo”.

    Molti di noi che hanno preso parte alle “giornate di Genova” del luglio 2001 sono rimasti con dubbi, perplessità sul reale svolgimento dei fatti. Resta l’impressione che il morto, i feriti, i gassati (con il lacrimogeni CS, proibiti dalla Convenzione di Ginevra), le persone maltrattate e picchiate a Bolzaneto e alla Diaz rientrassero in un piano prestabilito con cui si voleva affossare definitivamente il movimento No-global…Sicuramente hai avuto modo di approfondire la questione più di altri. Cosa puoi dirci in proposito?

    La mia impressione è che ci siano stati vari livelli di repressione. Il primo è sicuramente dato dal quadro internazionale. In qualche modo era già preannunciato a Nizza e soprattutto a Goteborg. Il metodo è stato ben sperimentato anche in passato: usare la repressione per “spostare” l’attenzione dagli argomenti posti all’ordine del giorno dai movimenti di opposizione. Naturalmente ha influito pesantemente anche il livello nazionale, italiano.
    C’erano già state delle avvisaglie a Napoli, ma a Genova si può affermare che le cose sono state organizzate in grande stile, anche con le infiltrazioni all’interno dei Black Bloc…

    Una precisazione. Tu che idea ti sei fatta di questo misterioso “blocco nero”: provocatori, luddisti, “seguaci” di Zerzan…?

    Guarda, dopo quel giorno io ho cercato di incontrare tutti, di parlare con tutti, per capire cos’era realmente accaduto. Mi risulta che anche all’interno del Black Bloc alcuni hanno fatto una dura autocritica. Si sono resi conto di essere stati strumentalizzati, di aver fornito un pretesto alla repressione contro l’intero movimento. Veri o fasulli che fossero, sono stati usati per “creare lo scenario” atto a trasformare le vittime, i manifestanti pacifici, in colpevoli. Vorrei anche aggiungere che personalmente considero un’azione da stupidi quella di sfasciare le vetrine; non è certo questo che mette in crisi le multinazionali. Ho anche detto però che ritengo sia più grave sfasciare le teste della gente piuttosto che le vetrine. Tornando al livello “nazionale” della repressione, bisogna naturalmente tener conto del fatto che il nuovo governo di centro-destra aveva la necessità di mostrare i muscoli, soprattutto a quelli che lo sostenevano all’interno dei corpi repressivi.

    A chi ti riferisci?

    Mi riferisco per esempio a quei carabinieri con l’effige di Mussolini sul portachiavi e “Faccetta nera” sulla suoneria dei cellulare… Evidentemente il livello dì fascistizzazione dell’Arma era stato sottovalutato dall’opinione pubblica (grazie anche alla politica precedente di D’Alema) e ora come ora io penso che se verrà fuori qualcosa sul reale svolgimento dei fatti di Genova (Piazza Alimonda, la Diaz, Bolzaneto…) sarà solo da parte della Polizia, dove esiste ancora una componente democratica. E queste considerazioni ci portano al terzo livello della repressione, quello della componente individuale. Gli agenti mandati a Genova erano stati scelti accuratamente, in particolare i graduati. Tra quelli presenti in piazza Alimonda molti erano di alto livello, con esperienza in zona di guerra, soprattutto in Somalia.

    Domande Inquietanti

    A Genova era presente anche il vice-premier Fini…

    Non ci hanno mai spiegato cosa ci facesse per tante ore nella caserma dei carabinieri il vicepresidente del Consiglio. Già la sera del 20 luglio, senza nessun rispetto verso i magistrati, affermava senza dubbio alcuno che la morte di Carlo era un caso di “legittima difesa”. La stessa cosa verrà poi sostenuta anche dal procuratore capo…

    Hai mai pensato che la morte di qualche manifestante fosse stata in qualche modo pianificata in anticipo?

    Dopo aver tanto parlato con chi era a Genova, dopo aver visto tante immagini e filmati, mi sono convinta che forse qualcuno potrebbe aver auspicato la morte di un giovane carabiniere, in modo da tagliare definitivamente le gambe al movimento. C’è un momento in cui sembra proprio che questo stia per accadere; mi riferisco a quando in Corso Torino una camionetta con sei carabinieri, che in precedenza aveva quasi investito i manifestanti, va a fermarsi in retromarcia contro un cassonetto (inevitabile cogliere l’analogia con quanto accaduto poi in piazza Alimonda). Stando a quanto si vede nei filmati autista e graduato scendono dal mezzo e scappano. Sembra addirittura che un manifestante riesca a sfilare le chiavi… A questo punto un gruppo di persone (che appaiono imbestialite, forse per il tentativo di investimento) da l’assalto al pulmino che viene incendiato. C’è solo un poliziotto che, sottolineo da solo, fa scendere i carabinieri. Questi vengono lasciati andare; sui luogo è presente anche don Vitaliano.
    lo credo che questo episodio avrebbe potuto concludersi tragicamente, fornendo le ”vittime sacrificali” per denigrare senza appello il movimento di fronte all’opinione pubblica. Come è noto, poco dopo un episodio per certi aspetti simile avviene in Piazza Alimonda e si conclude con la morte di Carlo. E mi chiedo: perché hanno attaccato il corteo dal fianco impedendone la dispersione? Perché, visto che trasportavano dei feriti, invece di andare al pronto soccorso hanno sparato altri lacrimogeni prima di ritirarsi (ed è solo a questo punto che vengono inseguiti)? Perché non hanno spinto via il cassonetto? Perché la Polizia presente in via Catta è intervenuta solo dopo che la camionetta se n’è andata? A queste domande nessuno ha saputo risponderci, finora.

    Il Futuro del Movimento

    II movimento genericamente denominato No-global procede tra alti e bassi; qualcuno si è anche affrettato a darlo in via di estinzione. La tua opinione in proposito?

    Quella di dare per morto il movimento è un’abitudine ricorrente che poi il movimento stesso si incarica regolarmente di smentire. Ogni volta infatti ci si ritrova in maggior numero, con sempre maggiore visibilità. Penso che, proprio perché è formato da tante anime, per la sua eterogeneità, non possiamo applicare al movimento i parametri di un partito. Un partito si misura soprattutto dai voti, il movimento esce allo scoperto quando ci sono cose da fare. Finora non ha perso una scadenza e mi sembra in buona salute. Io credo sia interesse di chi sta dall’altra parte predire la morte del movimento No-global. E’ evidente che, in quanto movimento, non può restare uguale a se stesso ma deve rinnovarsi continuamente, trovare altri linguaggi. Purtroppo in questo paese i partiti ci hanno abituato a pensare alla politica come ad una attività per gli addetti ai lavori. Ai dirigenti di partito non può che dar fastidio il fatto che la gente comune voglia riprendersi la politica, la vita ma guai se non continueremo a farlo…

    Cos’hanno rappresentato per te questi due anni trascorsi dalla morte di Carlo?

    Questi due anni hanno tanti aspetti. Innanzitutto sono stati segnati dalla mancanza di Carlo. C’è poi stata la ricerca continua per avere giustizia, una ricerca che in Italia diventa sempre più difficile. E poi c’è il rapporto profondo con la parte migliore di questo paese, la possibilità di incontrare tante persone che in modo diverso lavorano per una società meno schifosa e credono di dover fare qualcosa contro le ingiustizie del mondo. C’è anche tutto quello che ho cercato di dire, di comunicare in questi due anni: un appello alla tolleranza, alla comprensione, all’impegno… per tracciare una linea chiara e dire se stiamo al di qua o al di là, ognuno con le proprie idee e convinzioni ma schierati, lavorando nella stessa direzione. Penso a quello che è accaduto di recente: larghi strati della popolazione che, almeno apparentemente, non avevano niente in comune, hanno scelto di dire NO alla guerra.

    Te lo chiedo ripensando al nostro incontro dell’anno scorso. Eri arrivata a Vicenza da Reggio Emilia dove avevi partecipato ad un dibattito organizzato in una casa del popolo dedicata ai Fratelli Cervi. Inevitabile l’accostamento con papa’ Cervi e con altre persone che hanno in qualche modo condiviso il vostro destino: raccogliere l’eredità di un figlio caduto lottando per la giustizia e la libertà. Ritieni che quello che stai facendo in qualche modo possa completare, portare avanti quello che Carlo avrebbe fatto e che gli è stato impedito con la violenza (compresa la violenza della recente archiviazione)?

    Ho sempre avuto un profondo rispetto per le scelte di Carlo e quindi non posso pretendere di interpretare quello che lui avrebbe fatto se non l’avessero assassinato. lo e suo padre siamo un esempio di come si possa lavorare insieme pur con idee diverse. Noi abbiamo raccolto un’eredità di memoria perché non venga occultato, come vorrebbero fare, tutto ciò che è accaduto a Genova.
    Quello che hanno fatto il Gip e il Pubblico ministero, archiviando la morte di Carlo, è stato proprio tapparsi gli occhi, Le orecchie, la bocca… In ben quarantotto pagine il Gip dimostra di non aver neppure guardato foto e filmati di piazza Alimonda. Sia ben chiaro: io non intendo offendere la Magistratura che considero un pilastro della nostra democrazia: caso mai è questo magistrato che la insulta, non io.
    Comunque, se per loro il caso è archiviato, per noi no.

    Come pensate di agire in futuro per evitare che su Carlo e sulle giornate di luglio 2001 cali il silenzio?

    Intanto continuiamo con la denuncia civile per mantenere alta l’attenzione sui fatti di Genova; questo ci riguarda tutti, non solo chi è stato ucciso, torturato, gassato… riguarda tutta la componente democratica di questo paese. Da parte nostra prosegue anche la ricerca di foto e filmati; siamo convinti che esistano altre possibili testimonianze che finora non sono emerse. Abbiamo anche cercato di mettere in piedi un coordinamento di tutti i comitati nati per fare luce su uccisioni e stragi di stato (e relativi depistaggi), da piazza Fontana a Serantini, da Giorgiana Masi a Ustica. Abbiamo avuto un primo incontro il 14 giugno 2003 a Bologna e presentato il nostro lavoro in una conferenza stampa a Genova il 12 luglio. Per raccogliere tutte le storie italiane di “pallottole che rimbalzano” e di “sassi intelligenti” che deviano il colpo sparato in aria. E poi continueremo a rivolgere a chi di dovere le domande a cui non abbiamo mai avuto risposta, sia a livello di Commissione d’inchiesta parlamentare che a livello europeo. Noi vogliamo continuare a parlare di Genova perché non si ripeta; a parlare di Carlo perché ci ha dato la voce, perché la gente ha visto il suo corpo steso su cui Ia camionetta è passata e ripassata mentre era ancora vivo…
    (Gianni Sartori, 2003)

    * L’intervista è stata pubblicata sul numero 93 del quadrimestrale GERMINAL, un’antica pubblicazione (data dal 1907, gestita da una redazione anarchico-libertaria.
    GERMINAL, via Mazzini 11 3412 Trieste

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