Turchia. Dopo la "primavera" turca ora Ankara teme quella curdaTribuno del Popolo
venerdì , 21 luglio 2017
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Turchia. Dopo la “primavera” turca ora Ankara teme quella curda

Secondo molti analisti sia turchi che stranieri in Turchia alla protesta del Gezi Park potrebbe far seguito anche la mobilitazione della popolazione curda, con conseguenze imprevedibili.

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Cosa succede in Turchia? Quello che abbiamo visto in piazza Taksim con le folle oceaniche e la dura repressione della polizia potrebbe solo essere l’inizio. Non solo Erdogan non è riuscito a dare le risposte che i manifestanti cercavano, anche se almeno la distruzione del Gezi Park è stata momentaneamente evitata. Ma non è finita qui, Ankara ha in eredità un’altra polveriera, quella della questione curda. Dietro lo slogan “governo, fai un passo avanti!” migliaia di manifestanti si sono riuniti domenica 30 giugno nelle province curde di Diyarbakir, Mersin e Adana. Diyarbakir è la capitale curda della Turchia meridionale, e qui la polizia ha rifiutato di concedere i permessi alle manifestazioni, scatenando così la tensione e gli scontri con i manifestanti con tutto il corollario di blindati, lacrimogeni e idranti. Non sorprende che gli scontri di Diyarbakir siano sfuggiti ai media internazionali, da sempre restii a dare spazio alla questione curda. I fatti del 30 giugno comunque ricordano da vicino quanto successo al Gezi Park dal momento che i manifestanti curdi si opponevano alla costruzione di una nuova postazione militare a Kayacik, nel distretto di Lice, nella provincia di Diyarbakir. Negli scontri tra la polizia e gli attivisti, Medeni Yildirim, un ragazzo di appena 18 anni, è rimasto ucciso e una decina di persone sono state ferite gravemente. Lo scorso 21 marzo il leader storico del Pkk, il Partito dei Lavoratori, aveva firmato un cessate il fuoco, per questo gli scontri destano particolare preoccupazione. L’episodio è avvenuto in un momento delicato, mentre gli ultimi militanti del Pkk si ritirano dal paese verso l’area nord-irachena, concludendo il cosiddetto “primo stadio” del processo di pace. I negoziati erano stati chiari: nessuna violenza durante il ritiro. La morte del giovane manifestante ora però potrebbe rappresentare un problema nel processo di pace, tant’è che il comandante delle forze armate del Pkk, Murat Karayilan, ha affermato: Se necessario, i miei uomini sono pronti a riprendere le armi“. Venuta meno la fiducia nel governo quindi, tutte le opzioni restano sullo sfondo, anche un rinfocolarsi della guerriglia curda. Il portavoce dell’Akp, il partito di Erdogan, Celik, ha subito cercato di gettare acqua sul fuoco: Fratelli curdi, l’incidente di Lice è solo una versione curda di Gezi Park ordita da coloro che vogliono sabotare il processo di pace“. Difficile però che la comunità curda presti ascolto alle sue parole anche perchè quello del 30 giugno non è stato che l’ultimo incidente di una lunga serie. Basti pensare a Erdogan che, lo scorso 16 giugno non aveva mancato di definire “terrorista” Ocalan, le cui bandiere erano ingiustamente accostate a quelle turche dai manifestanti di Gezi Park. Non solo, il governo ha imposto un’ammenda di 3000 lire turche alle famiglie delle 34 vittime curde dell’incidente di Uludere, zona dove due F-16 turchi nel dicembre 2011 hanno aperto il fuoco in seguito a movimenti sospetti sul confine iracheno. Il giudizio sugli autori dell’incidente, tutt’ora impuniti,  è stato invece deferito ai tribunali militari. Non ultima la decisione di costruire nuove 130 postazioni militari proprio nelle provincie curde, un chiaro tentativo di togliere terreno alla guerriglia curda.  I villaggi non hanno acqua, mancano le canalizzazioni”, ha commentato il co-segretario del Bdp Selahattin Demirtas, “eppure il governo decide di costruire 130 nuove postazioni militari. Perché?“.

E in tutto questo i curdi sono rimasti a guardare? Assolutamente no. Venerdì 28 giugno, nell’autostrada tra Diyarbakir e Bingol un gruppo di uomini a volto coperto ha fermato l’ufficiale turco Yetkin Beğen mentre guidava la sua auto privata. Secondo l’agenzia stampa Doğan dopo un breve scontro verbale, l’uomo sarebbe stato rapito e la sua auto ritrovata carbonizzata in un terreno vicino nel pomeriggio di sabato. I membri del commando sarebbero aderenti al Pkk, e se così fosse ecco che i processi di pace potrebbero essere stati inceppati. Ecco però che le rivolte turche del Gezi Park si collegano in modo potenzialmente efficace proprio con le rivendicazioni curde, rischiando di creare un fronte comune contro il governo. La speranza è che i turchi in cerca di democrazia si uniscano con i curdi nella lotta per un Paese meno autoritario e più libero. 

D.C.

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