Turchia: rafforzare il Partito Comunista e costruire l'alternativaTribuno del Popolo
martedì , 24 gennaio 2017
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Turchia: rafforzare il Partito Comunista e costruire l’alternativa

Turchia: rafforzare il Partito Comunista e costruire l’alternativa

Il redattore capo del giornale Sol e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista di Turchia (TKP) fa un primo bilancio dei movimenti di massa che hanno investito il paese, evidenziandone le dinamiche e le esaltanti potenzialità di intervento che si presentano ai comunisti come pure la necessità di costruire un’alternativa che copra in modo conseguente lo spazio apertosi tra il popolo e il governo.

Traduzione di Marx21.it

Dopo settimane di intensi movimenti di massa, il TKP ha affermato che il dittatore ha subito una sconfitta e il popolo ha vinto. Perché?

In questo momento stiamo assistendo a un riflusso della contestazione. E’ normale. Non è facile conservare per tanto tempo lo stesso livello di iniziativa. Il declino del movimento è un’evidenza, ma ciò non vuol dire che il regime e il dittatore abbiano vinto, come pretendono.

Al contrario. La dimensione che il movimento di massa ha raggiunto è stata storica e per molti aspetti ha presentato delle novità. A nostro parere, ha modificato radicalmente la società turca. In 20 giorni sono stati gettati molti e importanti semi di progresso. La paura è stata vinta. Esiste una maggiore consapevolezza della necessità dell’organizzazione collettiva e della costruzione di un’alternativa politica e sociale. E’ una significativa vittoria del nostro popolo.

Il TKP ha sostenuto che la chiave della continuità del dinamismo popolare sta nella costruzione di un’alternativa, ma ha anche fatto notare che le condizioni soggettive non sono ancora mature. Mantiene questa analisi?

L’inesistenza di un’alternativa matura è stata, in verità, ciò che ha salvato Recep Erdogan e il suo governo. Essa non esiste né nel parlamento, né ancora e in senso più ampio, nella società.

Quattro partiti sono rappresentati nel parlamento della Turchia. Uno appoggia il governo, tre si dicono di opposizione. Mentre la gente stava nelle strade a chiedere le dimissioni del governo, nessuno dei partiti che si dice di opposizione ha appoggiato tale rivendicazione. Hanno pensato che non fosse il momento opportuno per reclamare le dimissioni dell’esecutivo di Erdogan.

Mentre faceva marcia indietro e non si presentava come alternativa, tale opposizione parlamentare è collassata di fronte all’evolversi degli avvenimenti. Ha dimostrato di avere più timore di Erdogan e dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) che del proprio popolo.

Non stiamo vivendo una situazione rivoluzionaria e neppure pre-rivoluzionaria, ma la richiesta delle dimissioni del governo deve essere mantenuta insieme alla costruzione dell’alternativa conseguente. E’ nostro dovere promuoverla e pensiamo sinceramente che esistano le condizioni per procedere in questa direzione.

Il Partito Comunista è diverso da tutti gli altri. La gente sa che noi non difendiamo né lottiamo per la conservazione del regime, ma per cambiamenti radicali nella società, per la rivoluzione e per il potere popolare. Durante i movimenti di massa, nessuno ha messo in discussione la nostra presenza né il ruolo che abbiamo assunto, sempre in prima fila nella lotta. Al contrario, la gente non solo voleva sapere quale fosse la nostra posizione, ma molte volte ha richiesto e appoggiato la nostra presenza alla testa delle azioni. Tutta la gente sa che siamo seri e che non ci lasciamo trascinare dalle provocazioni.

Spetta ora ai comunisti approfittare di queste condizioni favorevoli. E’ uno dei nostri compiti più urgenti. Organizzare la gente nel TKP, politicizzarla, dando la massima precedenza alla classe operaia, ai lavoratori e ai luoghi di lavoro. Si noti che praticamente senza organizzazione di base – il sindacalismo di classe e in generale il movimento sindacale sono molto carenti -, i lavoratori turchi sono scesi nelle strade in massa. Dopo il lavoro, nella tarda serata e nella notte, hanno dato vita a proteste gigantesche.

L’idea prevalente, tuttavia, è che nelle proteste abbia pesato soprattutto il malcontento della cosiddetta classe media. Ciò corrisponde a verità?

Quando guardiamo all’immagine che è stata proiettata delle proteste in Turchia, sembrerebbe che la grande maggioranza delle persone che vi ha partecipato provenga da ceti medi e intellettuali. E’ un fatto che tutto è partito attorno a Parco Gezi, ma, in verità, quando il movimento si è diffuso, le grandi azioni di massa si sono sviluppate nei quartieri abitati dai lavoratori. Già nel primo giorno di scontri con la polizia, alla fine di maggio, la repressione e soprattutto le proteste si sono estese a tutta la città. Nella stessa mattina, la gente del popolo che nelle strade dei quartieri operai affrontava la violenza, superava di molto il numero di quelli che facevano la stessa cosa in Piazza Taksim e nelle zone limitrofe.

A Taksim predominavano le tendenze liberali. Nei quartieri popolari, prevalevano le rivendicazioni di matrice laica e antimperialista. Il popolo era molto disponibile a parole d’ordine di contenuto radicale e, persino, socialista. La maggioranza dei morti è rappresentata da lavoratori e aleviti.

Gli aleviti sono un ramo dell’islamismo molto più aperto e con influenze dello sciamanesimo. Bevono alcol, le donne non sono obbligate a una condotta rigida, come accade ad esempio con gli sciiti. Possiamo persino dire che, più che un ramo, si possa parlare di un’altra religione. Gli aleviti sono scesi in gran numero nelle strade, come pure le donne, che hanno assunto un ruolo rilevante sulle barricate e nelle manifestazioni, e che sono state, per questo, bersagli particolarmente colpiti dagli arresti.

Ma anche a Taksim, tra i settori più liberali, le parole d’ordine del TKP, erano bene accolte. Quando sostenevamo che tutte le fabbriche, tutti i mezzi di produzione devono essere nelle mani dei lavoratori, molti seguivano questa consegna senza preconcetti e recriminazioni.

Il movimento ha evidenziato un grande solco tra l’AKP e il regime e le masse popolari. I comunisti devono coprire velocemente questo vuoto, mostrando al popolo che esiste l’alternativa.

Da quanto ci stai dicendo, esistono grandi condizioni perché il TKP si radichi tra i lavoratori, organizzandoli e rafforzandoli…

Tutta la situazione è completamente nuova. Per i circa 20 giorni di protesta, le persone che ci hanno cercato per aderire al Partito sono molte di più del totale dei nostri militanti. Dobbiamo ora decidere cosa fare e come farlo, anche perché l’accettazione di tutte queste candidature avrà ripercussioni sulla nostra struttura. Per ora, abbiamo deciso di rafforzare la formazione politica dei quadri, con particolare attenzione all’integrazione dei nuovi militanti.

Il TKP è riconosciuto dai turchi come un Partito di avanguardia, audace nelle azioni di massa, corretto nell’analisi, nelle rivendicazioni e nel progetto, ma ciò non si è tradotto ancora in una crescita della nostra influenza elettorale e radicamento sociale. Ora pensiamo che le persone siano nelle migliori condizioni per superare questa barriera, soprattutto i lavoratori, che vogliamo ci riconoscano non solo come gente di valore, ma che si identifichino e vogliano appartenere al nostro collettivo che si batte per l’alternativa al sistema.

In questo contesto, abbiamo la possibilità di trasformarci in un grande Partito. Veniamo da tempi difficili. Siamo stati nella clandestinità per molto tempo. I comunisti sono sempre stati i primi e principali bersagli della repressione. Per questo nutriamo un grande senso di conservazione del Partito. Ciò che i movimenti di massa ci hanno confermato è che la difesa del Partito non è solo possibile ma trova un grande sostegno tra le masse.

Un distaccamento di avanguardia dei comunisti ha guidato molte volte grandi manifestazioni. Ciò ha aumentato di molto la popolarità del TKP, ma anche la disponibilità delle masse a seguire il Partito e a difenderlo. Il nostro quotidiano ha raddoppiato la tiratura. Le visite alla pagina Internet hanno quasi raggiunto il mezzo milione.

Al di là di Gezi

Hai detto che la difesa di Parco Gezi ha provocato il movimento di massa. Quali altre questioni hanno influenzato la crescita e l’affermazione della rivolta?

Dal punto di vista politico e culturale, Erdogan è un fascista. Non un fascista tradizionale, ma sempre un fascista. In ogni intervento, cerca di imporre un’ideologia ultra-conservatrice. Sta tentando, ad esempio, di restringere il diritto al divorzio.

Dal punto di vista economico e sociale, i lavoratori sono stati colpiti dall’imposizione di un modello neoliberale che già è arrivato al punto di distruggere i servizi pubblici. Ora, l’obiettivo è liquidare le libertà e i diritti formali, consolidare e avanzare verso un paese ad economia capitalista dove i valori islamici siano dottrina di Stato. Il popolo resiste ad essere rinchiuso dentro le moschee.

C’è anche la questione della società turca che è molto più giovane della maggioranza dei paesi europei. La media dell’età si aggira sui 27/28 anni. La disoccupazione colpisce fortemente la gioventù, anche dopo aver aperto università in tutto il paese. L’obiettivo è fornire forza lavoro altamente qualificata al capitale.

Accade che si riscontri un alto tasso di disoccupazione tra i diplomati. Milioni di giovani hanno un livello di istruzione superiore e si sentono frustrati, il che si rivolge contro il governo. Non hanno lavoro e non sono disposti ad accettare una società islamizzata.

Forte sentimento antimperialista

La questione siriana ha avuto peso nei movimenti?

La società turca non ha mai accettato la politica ufficiale in relazione alla Siria. Il governo non è mai riuscito a creare il clima che voleva. Le sue accuse alla Siria sono sempre state viste dal popolo come una frode. Un sondaggio recente ha indicato che il 74 per cento dei turchi si oppone a un intervento straniero in Siria.

Da un lato, ciò è da mettersi in relazione al fatto che è evidente alla maggioranza delle persone che un intervento contro la Siria è un progetto degli USA. I turchi odiano l’imperialismo nordamericano. D’altro lato, gli aleviti e gli alawiti turchi si sentono molto vicini ai siriani.

Si nota che tra la generalità della popolazione domina la paura che una guerra di aggressione destabilizzi tutta la regione e, di conseguenza, anche la Turchia, con ripercussioni socio-economiche che il popolo sa di dover pagare.

Poi c’è un altro aspetto della questione. Fino a poco tempo fa Erdogan aveva vinto tutte le battaglie, tutte le elezioni e lotte politiche interne ed esterne. Erdogan e l’AKP avevano sempre prevalso. Ciò che la Siria e il popolo siriano hanno dimostrato ai turchi è che Erdogan e la sua politica possono essere fermati. Ciò ha avuto un grande impatto e ha aiutato a vincere la paura. Ha aumentato il livello di fiducia e la prospettiva che è possibile sconfiggere Erdogan e l’AKP.

Anche per quanto riguarda l’imperialismo, pensiamo che la non condanna immediata e decisa del movimento di massa in Turchia abbia a che vedere con il tentativo di mantenere Erdogan sotto controllo. L’imperialismo nordamericano appoggia Erdogan e l’AKP; appoggia la sua politica e il suo progetto, ma non vuole accordargli troppa autonomia.

Anche la definizione di “primavera turca” può essere interpretata in tale contesto. Le “primavere arabe” sono finite, in fin dei conti, al servizio degli interessi degli USA. Propagandare che ciò che è avvenuto in Turchia è stata una “primavera turca” è, allo stesso tempo, una distorsione della realtà e un avviso a Erdogan.

Intervista a Kemal Okuyan (TKP) sui movimenti di massa in Turchia | da www.avante.pt 

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