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martedì , 28 marzo 2017
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Tutti contro la guerra

 Il movimento per la pace nel sud Italia da Comiso ad oggi

 Vista da fuori, la ex base Nato di Comiso, in provincia di Ragusa, appare identica a quando ospitava, vent’anni fa e oltre, i 112 missili nucleari “Cruise” puntati contro l’est Europa, la Libia, il Corno d’Africa e il Medio oriente. Una lapide, all’ingresso, ricorda l’intitolazione al generale Vincenzo Magliocco, “eroe” delle conquiste coloniali in Africa orientale grazie all’uso di gas ed armi chimiche. Le facciate delle villette e delle palazzine per i militari Usa portano solo lievi segni delle stagioni passate. Ad entrarci, però, scopri un mondo fatto di degrado ed abbandono: porte e persiane divelte, mura sfondate, bagni e impianti elettrici saccheggiati, rifiuti di ogni genere disseminati ovunque. Più in là, protetta dalla rete metallica, la moderna pista aerea dell’aeroporto civile che verrà, se mai verrà. L’anno prossimo sarà quello buono, dicono i politici, ma intanto dallo scalo non decolla nulla mentre la “riconversione” ha già ingurgitato 50 milioni di euro.

Adesso, sulla ex base atomica c’è la spada di Damocle di un altro terribile strumento delle guerre post-moderne, il MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari delle forze armate statunitensi. Un terminale lo stanno costruendo a pochi chilometri da Comiso, nella riserva naturale di Niscemi. Uno studio del Politecnico di Torino sull’impatto elettromagnetico delle maxi-antenne ne ha rilevato l’incompatibilità con il traffico aereo. Le emissioni potrebbero fare impazzire i computer di bordo e causare collisioni e incidenti. Se lo strapotere dei Signori di morte avrà la meglio sulla ragione dei giusti, il Mezzogiorno avrà la sua ennesima cattedrale degli sprechi.

Lo scorso 4 aprile oltre 60 associazioni e organizzazioni sociali si sono date appuntamento a Comiso per ricordare la straordinaria stagione di lotte per la pace e contro la militarizzazione che prese il via, lì, trent’anni prima. Il 4 aprile 1981, oltre centomila siciliani, giovani, studenti, disoccupati, impiegati e contadini, sfidarono in corteo l’orrore dell’olocausto nucleare. Tra gli animatori più convinti di quel meeting l’allora segretario regionale del Partito comunista, Pio la Torre. Meno di un mese dopo sarebbe caduto sotto il piombo politico-mafioso, altro omicidio eccellente delle centrali mondiali del terrore. Per contrastare ogni anelito di cambiamento e di speranza nel Sud martoriato dal sottosviluppo, i processi di militarizzazione, il dominio criminale.

Quella giornata consacrò Comiso in uno degli epicentri della protesta internazionale contro la follia nucleare. Divenne meta dei giovani di tutta Europa. Per condividere entusiasmi, sogni, presidi, digiuni, blocchi stradali e azioni dirette non-violente. Le mobilitazioni non impedirono l’arrivo dei missili e sino al 1990 le rampe mobili dei Cruise si spostarono impunemente nelle strade e nelle campagne della Sicilia. Ma le campagne antinucleari, alla fine, costrinsero le due superpotenze a smantellare le armi nucleari a medio raggio dal continente europeo.

Il movimento pacifista dei primi anni ‘80 era composto da una pluralità di soggetti politici e sociali, comitati di base, militanti dei partiti della sinistra storica e della nuova sinistra, autonomi, comunità cristiane, antimilitaristi, nonviolenti, femministe, anarchici, ambientalisti, ecc.. Le lotte assunsero caratteristiche specifiche ed originali. L’interscambio di esperienze, l’accettazione delle differenze, il superamento di divisioni e frammentazioni ideologiche, il confronto e la dialettica tra realtà sociali e culturali sino ad allora contrapposte, le analisi e l’impegno etico-politico maturato in quegli anni, condizioneranno positivamente le successive lotte per la difesa della pace e per il disarmo, contro le spese militari e la criminalità organizzata, per la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse del territorio, per la cooperazione dal basso e l’interposizione nonviolenta tra i belligeranti, in solidarietà con i popoli oppressi dalle ingiustizie. I contenuti, le forme di comunicazione e le pratiche di lotta sarebbero poi divenuti patrimonio dei successivi movimenti contro la globalizzazione dell’economia e/o altermondisti ed il nuovo ordine internazionale di matrice neoliberista.

Il movimento contro le guerre non sarebbe però più stato lo stesso soprattutto nel Sud Italia, dove intere aree sono state trasformate in avamposto per le “missioni” nazionali, Nato ed extra-Nato nei Balcani, in Caucaso, nel Golfo Persico e nel continente africano. Subito dopo Comiso ci sarebbero stati gli interventi in Libano e in Somalia, i raid contro Tripoli e Bengasi, la prima Guerra del Golfo, i bombardamenti in ex Jugoslavia, il Kosovo, l’Afghanistan, l’Iraq e, lo scorso anno, l’occupazione della Libia e i respingimenti in mare, manu militari, di migliaia di profughi scampati alle barbarie africane. Tranne che alla vigilia dei sanguinosi conflitti che hanno segnato la fine del secolo scorso e l’inizio del terzo millennio (mai durante, mai dopo), le mobilitazioni sono state intense e vissute come quelle dellagenerazione di Comiso.

Deboli e sporadiche, invece, le campagne contro l’insediamento o l’ampliamento delle basi militari. Tra le esperienze da ricordare, nei primi anni ’90, quelle per contrastare l’arrivo dei cacciabombardieri F-16 dell’Aeronautica Usa a Crotone e Gioia del Colle, l’ampliamento della base navale di Taranto e dell’aeroporto di Sigonella in Sicilia. Nulla o quasi nulla di fronte alla crescente nuclearizzazione dei Golfi di Taranto, Napoli e Augusta; contro i pericolosissimi transiti di sottomarini e portaerei a propulsione nucleare dallo Stretto di Messina, l’insediamento a Napoli-Capodichino-Lago di Patria di un  gigantesco complesso aeronavale della marina Usa ed Africom, la trasformazione dell’aeroporto di Amendola (Foggia) in piattaforma di lancio dei famigerati aerei senza pilota Predator, ecc. Scandaloso e intollerabile il silenzio, a Gioia del Colle, Trapani, Pantelleria, Sigonella e finanche Catania-Fontanarossa, davanti al via vaia di caccia, velivoli cisterna, aerei killer senza pilota della coalizione multinazionale anti-Gheddafi.

In controtendenza, fortunatamente, sorgono in Sardegna comitati popolari contro l’insediamento di selve di antenne radar anti-migranti, mentre in Sicilia irrompe il movimento contro il MUOS di Niscemi, emblema dei crimini della globalizzazione (strumento di guerra planetaria, dilapidatore di ingenti risorse finanziarie, bomba elettromagnetica contro l’ambiente e la salute, opera criminogena).

La militarizzazione ha avuto una duplice effetto nel Sud Italia: il rafforzamento del controllo sociale, anti-democratico ed anti-popolare; l’arricchimento del blocco di potere che governa i territori. Due fenomeni che hanno radici antiche. La desecretazione dei documenti conservati negli archivi di Roma e Washington ha permesso di fare luce sul “peccato originale” da cui si è sviluppata la rete di alleanze tra gerarchie militari statunitensi, servizi segreti nazionali e stranieri, estremismo neofascista, ambienti massonici, gruppi economici dominanti e criminalità mafiosa. A partire dalla strage di Portella delle Ginestre, l’1 maggio del 1947, primo eccidio di Stato proprio dopo la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali siciliane. Le basi militari originate da accordi bilaterali Italia-Stati Uniti o in ambito alleato sono state funzionali a cementare l’illecita alleanza e limitare la sovranità popolare.

La partnership tra i poteri militari e la mafia è proseguita sino ai giorni nostri. Lo confermano l’omicidio di Pio La Torre e le inchieste giudiziarie che hanno provato l’attivismo delle cosche criminali negli appalti nelle basi di Sigonella, Crotone, Napoli e Niscemi. Anche per questo i movimenti anti-mafia, le realtà antirazziste e i soggetti no war devono ri-trovare linguaggi e pratiche comuni, saldare legami ed esperienze. Con l’odierna svolta autoritaria e bellicista è in gioco il futuro del paese. Per questo c’è bisogno di una nuova alleanza dal basso. Per ricostruire democrazia e riaffermare con forza che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

Antonio Mazzeo

Articolo pubblicato in Mosaico di pace, n. 6, giugno 2012

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