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giovedì , 21 settembre 2017
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Ucraina contro Ucraina

L’attuale crisi in corso in Ucraina ha radici storiche profonde. L’importanza dello spazio geopolitico ucraino per la Russia è rilevante. Il controllo del territorio ucraino consente la proiezione della Russia verso l’Europa e il Mediterraneo, tramite il Mar Nero.

Fonte: Marx21.it

I corridoi energetici tra Russia e paesi Ue passano attraverso l’Ucraina e l’Ucraina ospita, o meglio ospitava, l’importante base di Sebastopoli della Flotta russa del Mar Nero. Per Mosca è vitale poter contare su buone relazioni con Kiev. Gli ucraini, i “piccoli russi”, fanno parte dello spazio storico e geopolitico russo da quattro secoli e russi e ucraini hanno convissuto sotto la stessa bandiera, nello stesso stato, sia in epoca zarista che sovietica. Kiev è stata, in epoche ancor più remote, la prima culla dello stato russo, il che ha ovviamente forti valenze simboliche.

L’importanza dell’Ucraina per la Russia è tenuta in notevole considerazione a Washington. Non a caso nella sua opera, La Grande scacchiera, Brzezinski sottolinea la necessità di evitare che Mosca recuperi l’influenza su questa porzione del suo “estero vicino”.

In Ucraina vi è parte consistente della popolazione che parla correntemente il russo come prima lingua, specie nell’est e nel sud del paese. Alle comunità russofone si affiancano inoltre altre comunità con le loro specificità linguistiche. Forgiata dalla storia, quella ucraina è una terra tutt’altro che omogenea linguisticamente.

Il paese appare diviso in due o tre tronconi, come hanno mostrando anche i recenti avvenimenti, almeno a coloro che vi si approcciano alieni dai pregiudizi propalati in questi mesi a piene mani dai media. Lo dimostrano anche le ultime elezioni politiche, prima del colpo di Stato. Ai due estremi del paese si vota in maniera completamente diversa, e con maggioranze schiaccianti, ad occidente per la destra, ad est per il Partito delle regioni e per i comunisti.

Nonostante i secoli trascorsi all’interno della compagine statuale russa vi è nell’estremo occidente del paese una componente della popolazione che tende a gravitare più verso la Polonia che non verso la Russia, ricordo della lontana epoca in cui quelle contrade facevano parte del dominio della dinastia polacco-lituana degli Jagelloni, dominio che si spingeva fino a Kiev. E’ in queste lande che gli sgherri di Hitler trovarono una spietata manovalanza collaborazionista tramite le famigerate formazioni fasciste ucraine che facevano capo al criminale di guerra Stepan Bandera. Tali formazioni furono molto attive nell’Ucraina occidentale, ben dopo la sconfitta del III Reich. Molti criminali di guerra collaborazionisti scapparono poi oltreoceano dove ingrossarono le fila di una lobby piuttosto importante in funzione antisovietica. Una lobby che negli anni di Reagan venne utilizzata per combattere ideologicamente il nemico comunista sovietico. A quell’epoca risale il tentativo di dare una patina di credibilità storica alla leggenda nera del presunto olocausto ucraino (noto come Holodomor1), che Stalin avrebbe voluto per colonizzare la regione. In realtà si trattava di fare una operazione di speculazione politica spicciola di dubbio gusto e solidità applicando l’etichetta di un olocausto voluto dal Cremlino a fenomeni, stragi e tragedie che affondavano le loro radici in cause ben più complesse: la carestia, la guerra civile a bassa intensità che nella regione si continuò a combattere durante la dekulakizzazione etc… Certi contatti sono tornati utili, come si vede oggi che l’Occidente supporta le formazioni di estrema destra, spacciate per europeiste e democratiche (sic!). Basti pensare che la moglie dell’ex presidente filo-occidentale Yuschenko, giunto al potere sull’onda del golpe arancione nel 2006, era una militante nazista notoria. Yuschenko stesso prima di sparire dalla scena politica come attore di primo piano non trovò di meglio che nominare nel giorno della memoria Bandera eroe nazionale.

Oggi le formazioni di estrema destra che hanno preso il sopravvento durante i tumulti di piazza Majdan si rifanno esplicitamente alle gesta di Bandera. Specialmente il partito Svoboda (Libertà), che fino a poco fa si chiamava più esplicitamente partito nazional-socialista. E’ un partito che sembra godere della fiducia diretta della Casa Bianca, che sull’assorbimento dell’Ucraina nella propria sfera d’influenza ha da tempo puntato parecchio. Fagocitare l’Ucraina nella Nato comporterebbe l’acquisizione di una formidabile testa di ponte dalla quale continuare ad esercitare pressioni contro la Russia. Queste formazioni estremiste di destra vengono comunemente definite nazionaliste o ultra-nazionaliste. Si tratta di strani nazionalisti in realtà. Elementi disposti a vendere i loro popoli sull’altare del dio denaro occidentale e a far subire al proprio paese un’integrazione negativa nell’Unione europea e nella Nato nonostante il danno che ne deriverebbe per l’Ucraina.

Se l’ingresso dell’Ucraina nella Ue e nella Nato può rispondere, ancora una volta, al progetto di costituzione di un Lebensraum imperialista, significando un buon affare in termini di risorse umane e materiali da annettere e sfruttare a basso costo, per gli ucraini la cosa appare diversa. Quale sorte attenderebbe l’Ucraina nella Ue, se non quella riservata alla Grecia e prima ancora alla DDR?

In realtà l’economia ucraina è naturalmente orientata verso l’integrazione economica con lo spazio eurasiatico a guida russa. Le industrie ucraine sono complementari a quelle russe, cosa naturale visto che i due paesi facevano parte dello stesso spazio integrato fino a ieri. Era in Ucraina che Mosca costruiva parti importanti dei suoi stessi missili balistici. Ed è verso la Russia che si orienta quota significativa dell’export ucraino, con un trend in crescita, tra l’altro. A differenza di quello che fa la Germania nella Ue, dove Berlino cresce sulle spalle dei vicini, la Russia accetta di pagare dei costi pur di sostenere il progetto dell’unione eurasiatica, cioè della ricomposizione parziale del suo spazio storico. Non vi è solo la cruciale partita legata alla fornitura di idrocarburi ed energia russa, di cui l’Ucraina, sull’orlo della bancarotta, necessita.

Ma come mai allora, se il vantaggio economico di stare con la Russia è così rilevante a fronte dello svantaggio di entrare in Europa, c’è stata gente disponibile a scendere in piazza contro il rifiuto del memorandum d’intesa con la Ue da parte del governo ucraino?

Perché il paese è spaccato anche economicamente. Con le industrie che sono prevalentemente, se non esclusivamente, collocate nella parte orientale del paese. Di fronte alla rinnovata pressione per aderire alla Ue e di fronte al riemergere della Russia come giocatore di primaria importanza, la scena politica ucraina è parsa fortemente polarizzata. E c’è chi su questa polarizzazione è da anni che sta investendo per proprie finalità. Degli Usa si è detto. Ma in questa partita c’è anche la Ue. Se l’amministrazione Obama è divenuta la madrina delle bande fasciste, la Germania, tramite la Fondazione Adenauer, ha sostenuto il pugile suonato Klichko, leader del partito “pugno” (Udar). Anche se la Germania ora teme le ripercussioni economiche, qualora la crisi con la Russia si approfondisse vieppiù. Prospettive che invece non paiono inquietare più di tanto gli Usa, che contano anzi al momento di portare a casa il risultato di scavare il più possibile il fossato tra russi e europei, sulla base della politica definita del “diaframma”. Politica di rottura della possibile e temutissima convergenza euro-russa, politica nella quale la Polonia e la Lituania giocano un ruolo rilevante di retroterra della destabilizzazione dello spazio ex-sovietico.

Inoltre ha un suo indubbio valore la campagna assordante e falsificatrice che la Ue ha fatto, come d’abitudine, per promuovere se stessa come la famiglia che vive nel paese del bengodi dal quale restandone fuori ci si estranierebbe dalla storia e dalla prosperità. Una storia ormai poco credibile per gran parte dei popoli europei, come hanno mostrato anche le recenti elezioni per l’europarlamento. Una storia però, e ci sarebbe da meditare, alla quale nonostante tutto anche qui da noi crede ancora parte dell’intellettualità democratica e di sinistra, o presunta tale. Dovrebbe dire tutto il fatto che di fronte alla crisi ucraina questa stessa intellettualità condanni pregiudizialmente la Russia e si schieri con la giunta golpista egemonizzata dall’estrema destra che ha preso con la violenza il potere a Kiev.

Il fuoco di sbarramento dei media mainstream, e non solo mainstream, contro la Russia di Putin è veramente notevole.

In breve la crisi ucraina è una crisi che ha le sue radici in cause endogene (un paese spaccato a metà) e in fratture sulle quali si è investito massicciamente dall’esterno pur di fagocitare l’Ucraina in occidente e trasformarla in una base puntata al cuore della Russia. A chi dice che l’Occidente dovrebbe fare qualcosa è facile opporre il fatto che l’Occidente ha fatto già troppo e porta la principale responsabilità dell’attuale crisi. Una crisi dalla quale appare improbabile che l’Ucraina esca intera, mentre è già certo che non ne uscirà senza spargimento di sangue. Come dimostrano i bombardamenti su Donetsk e sulle altre regioni dell’est che si rifiutano di riconoscere la giunta golpista e i veri e propri pogrom che sin dalle proteste di piazza Majdan si sono verificati nelle zone controllate dall’estrema destra filo-occidentale.

La crisi è grave per due ordini di ragioni. La prima, interna all’Ucraina, per la natura stessa della giunta, e per la sua visione, astratta, di come il paese dovrebbe essere. Per queste forze metà e più del paese non si possono considerare veramente ucraine. Le conseguenze logiche che ne derivano portano metà del paese a non potersi sentire legittimamente garantita sotto l’autorità della giunta golpista in uno scenario che può portare ad una tragedia di tipo jugoslavo, ma moltiplicata per quanto attiene a scala e gravità delle implicazioni.

La seconda ragione riguarda l’impatto della crisi sul sistema delle relazioni internazionali nel contesto dato. Contesto, è opportuno ricordarlo e non può essere ignorato, caratterizzato dal braccio di ferro tra il tentativo di egemonia unipolare dell’imperialismo americano da una parte e l’emergere di un equilibrio multipolare patrocinato dalle Potenze che stanno tessendo intese strategiche al fine di scongiurare l’affermarsi incontrastato del predominio statunitense nell’ordine internazionale del XXI secolo. Tra queste forze anti-egemoniche un ruolo di assoluto rilievo è rivestito dalla Russia di Putin. Questo spiega l’accanimento dei circoli occidentalisti (di destra, anche se camuffati dietro a parole d’ordine apparentemente di sinistra, sia nella loro versione liberal che in quella radical).

La forzatura operata dei golpisti sostenuti dall’Occidente sta provocando la frammentazione dell’Ucraina. A partire dalla Crimea, che è già tornata alla Russia. Data la posta in gioco e dato l’azzardo operato dall’Occidente e dalle frange filo-occidentali della politica ucraina, l’intervento russo era più che prevedibile.

Non per questo riveste il carattere aggressivo, provocatorio o sconsiderato che gli si è voluto attribuire. La politica estera russa resta in fondo reattiva rispetto alle varie mosse che sulla scacchiera compiono gli Stati Uniti del premio Nobel Barack Obama. In fondo, a guardar bene le reciprocità, l’intervento limitatissimo della Russia in Crimea è stato diretto contro la minaccia rappresentata dalla nuova giunta fascista e dalla sua politica di attrito nei confronti della Russia e dei russofoni, nonché contro l’allargarsi della penetrazione imperialista verso i confini del paese. Alle richieste di aiuto delle popolazioni russofone della repubblica autonoma di Crimea la Russia ha dato una risposta. Verosimilmente è grazie all’apporto delle truppe della base di Sebastopoli che ha potuto mettere in sicurezza la Crimea. L’Ucraina rischia di collassare dall’interno a causa dell’accelerazione sconsiderata che i fascisti hanno dato alla crisi, non a causa dell’intervento russo.

La stampa occidentale allineata alla Nato e alle veline Usa tace sulla natura delle forze che hanno preso il sopravvento a Kiev e sulle violenze cui queste si abbandonano nei confronti degli oppositori. In pari tempo veicolano l’immagine di una Russia aggressiva che ha invaso l’Ucraina e “minaccia il mondo”. Secondo questa lettura il presidente Putin, in un delirio nazionalista, avrebbe isolato la Russia dalla comunità internazionale. Questi sono i messaggi che vengono diffusi basandosi sulla più sfacciata operazione di guerra psicologica e di orientamento della opinione pubblica puntando dritto alle corde emotive del pubblico: “Ucraina: la sfida di Putin al mondo”. Che messaggio veicola un titolo così?

La palma della disinformatia spetta forse ad Adam Michnik, vecchio sostenitore di Solidarność, che dalla prima pagina di “Repubblica” arriva addirittura a complimentarsi con il governo golpista di Kiev per la propria “ragionevole moderatezza”2. Questo prima del rogo di Odessa e dei bombardamenti sul Donbass, in un momento in cui la misura era stata comunque già abbondantemente superata. Ma come non citare come caso studio anche l’affondo del “Manifesto” di questi giorni, che dipinge la Russia di Putin come protettrice dell’estrema destra xenofoba ed euroscettica del continente3. Anche ammettendo che possano essere sfuggiti all’articolista di questo foglio radical chic le varie mozioni che negli ultimi anni la diplomazia russa ha presentato alle Nazioni Unite per condannare il revisionismo e la rivalutazione del nazifascismo (incontrando il voto contrario degli Stati Uniti di Obama e la malevola astensione dei 27 paesi membri dell’Unione europea), si può ammettere che sia completamente passato inosservato l’attuale dramma ucraino? Chi in Ucraina ha sostenuto e sostiene i gruppi dell’estrema destra xenofoba?

Al solito la strategia della guerra psicologica statunitense tende ad influenzare lo spettro delle opinioni pubbliche giocando su tutti i tavoli: disegnando la Russia come minaccia dell’Occidente liberale e pescando nel vecchio arsenale antisovietico se ci si vuole rivolgere a destra, disegnando la Russia come sostenitrice di formazioni antidemocratiche di estrema destra, se ci si rivolge a sinistra. E’ un dato di fatto che non manca mai chi volontariamente o meno si presta a questo genere di operazioni. Operazioni nelle quali il contesto degli avvenimenti viene pudicamente taciuto o ignorato, e dove gli stessi dati sui quali si costruisce il discorso vengono decontestualizzati, e per ciò stesso sottoposti a una torsione deformante, quando non vengono interpretati in base ad una buona dose di fantasia.

Quanto all’isolamento verso la comunità internazionale non si può fare a meno di notare ancora una volta che l’Occidente americano-centrico ha ancora una visione antiquata della realtà internazionale e tende a autoproclamarsi comunità internazionale, anche se rappresenta solo se stesso. Il resto del mondo la pensa diversamente. La Cina ha appoggiato pienamente le decisioni del Cremlino, ad esempio.

In realtà la Russia non è ancora intervenuta in Ucraina, si riserva il diritto di farlo. L’est ed il sud del paese hanno di loro spontanea volontà, sulla pressione dei movimenti di piazza, non riconosciuto il golpe e chiesto l’aiuto dei fratelli russi. In Crimea la situazione era più delicata e l’intervento russo è stato limitato al dispiegamento delle forze speciali a presidio dei palazzi dell’amministrazione del governo della repubblica autonoma. Qui l’esercito ucraino è passato in gran parte al servizio delle autorità della penisola misconoscendo i golpisti. Giova ricordare ancora una volta che è stato il tentativo delle forze oltranziste di piazza Majdan, che a dispetto degli accordi raggiunti hanno attuato un colpo di mano, a far precipitare la situazione.

Ma rispetto alla crisi nelle regioni orientali Mosca è stata assai timida. Non ha agito quando a Kiev regnava la confusione, lasciando ai suoi nemici tempo prezioso per riorganizzarsi, con l’aiuto occidentale e mercenario. Un segno inequivocabile che Putin non cerca certo la guerra, e anzi tenta di frenare il precipitare della crisi verso una escalation gravida di funeste conseguenze. Ma, forse, anche un segno che da parte di Mosca si è cercato di stabilire il terreno per una interlocuzione che evitasse un muro contro muro che potesse far sfociare la crisi ucraina in una balcanizzazione devastante e portare ancora una volta, nel giro di pochi mesi, Usa e Russia a minacciarsi a muso duro. In ogni caso questo scrupolo del Cremlino è costato assai caro agli abitanti del Donbass e delle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina, come si vede.

Ma sia a Kiev che a Bruxelles che a Washington, che nelle redazioni dei media occidentali, non ci si fa molti problemi.

L’Occidente ha rifiutato di esercitare le pressioni necessarie a far ritornare le forze che attualmente formano il governo ucraino de facto agli accordi di fine febbraio, manifestando così di appoggiare il golpe (Kerry si è persino recato a Kiev per minacciare la Russia). C’è la volontà di imporre a Mosca e a gran parte della stessa Ucraina il fatto compiuto. Lo scivolamento dell’Ucraina nel campo atlantico e occidentale e la sua trasformazione in una base per un’aggressione diretta alla Russia sono, ovviamente, per Mosca, inammissibili. Il golpe di Kiev implica una minaccia diretta alla sicurezza della Russia e per ciò stesso la crisi ucraina contribuisce ad un’ulteriore aumento della tensione internazionale.

L’ipotesi che entrambe le parti potessero tornare sui loro passi era remota già mesi fa. C’è da attendersi una spaccatura del paese. Sempre più probabilmente violenta. In tal caso questo estremo pericolo potrebbe essere disinnescato proprio dall’intervento diretto della Russia, che per ora, al di là di quanto raccontato dagli strilloni occidentali del potere, vi è stato appunto solo in Crimea e in modo estremamente limitato. Un intervento che potrebbe però acuire ancor più una situazione internazionale già molto tesa.

NOTE

2 “Ammiriamo la ragionevole moderatezza, la determinazione e il senso di responsabilità della società civile e delle autorità ucraine, mentre ci fa rabbia vedere l’aggressione nei confronti dell’Ucraina da parte della politica imperiale della grande Russia”; si veda: “La Repubblica”, 6 marzo 2014

3 Si veda “Il Manifesto”, 14 giugno 2014

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