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martedì , 17 gennaio 2017
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Un Act che non crea Job

Un Act che non crea Job

Con 316 sì, 6 no e 29 audacissimi astenuti della minoranza Pd, la Camera ha approvato la riforma del lavoro del ministro Poletti. Il testo, emendato in alcune parti rispetto alla versione votata dal Senato, tornerà ora a palazzo Madama per ricevere il via libera definitivo in ossequio all’istituto costituzionale ormai in via di estinzione del bicameralismo perfetto.

Fonte: oltremedianews

I proclami del premier Renzi, impassibile e noncurante tanto delle voci dello sciopero sociale dello scorso 14 novembre quanto degli scioperi generali promossi da Cgil e Fiom nei prossimi giorni, si sono dunque concretizzati con un pragmatismo disarmante. Sicuramente il Parlamento italiano è da molti anni una palude vischiosa e ingovernabile, ma il ritmo forzoso e i metodi politici con cui è stato approvato il Jobs Act non possono non destare almeno qualche perplessità. Infatti da un lato i tavoli di lavoro del Pd che hanno steso il testo non hanno minimamente dato spazio ad un coinvolgimento attivo dei sindacati, fattore comprensibile alla luce della loro ormai ventennale schizofrenia ma assolutamente ingiustificabile in un sistema dove vige(va) la contrattazione collettiva, e dall’altra, alla faccia della rottamazione, hanno partorito un progetto economicamente vecchio di oltre dieci anni.

Sebbene l’idea di sfoltire l’enorme groviglio di figure contrattuali lavorative sia un proposito certamente meritevole e sensato, la riforma Poletti baratta la semplificazione normativa con un peggioramento assicurato delle condizioni dei lavoratori. Il Jobs Act, come abbiamo già avuto modo di spiegare, prevede infatti l’inserimento di contratti a tutele crescenti in base all’anzianità e aumenta la flessibilità dell’offerta di lavoro. Quest’ultima affermazione, parafrasando dal linguaggio tecnico dell’economia, implica una semplificazione dei processi di assunzione e licenziamento dei lavoratori in base alle necessità delle imprese. Ciò ha essenzialmente due finalità: ridurre la disoccupazione eappianare le disparità di tutela tra chi ha un lavoro e chi è disoccupato.

La buona notizia è che si tratta di due propositi politicamente auspicabili, la cattiva notizia è che il Jobs Act non sortirà gli effetti desiderati e la notizia tragicomica è che, con ottime probabilità, rischia addirittura di peggiorare la situazione. Vediamo perché.

Partiamo dal primo punto. L’idea neoclassica (comunemente detta liberista) che la riduzione della disoccupazione e la crescita economica siano raggiungibili solo con riforme sul mercato del lavoro affonda le sue radici negli anni ’80. A voler essere precisi sarebbe possibile andare anche più indietro, ma per capire la ratio del Jobs Act basta questo. Negli anni ’80 la cosiddetta “controriforma monetarista” ha rinnegato l’utilità keynesiana della politica macroeconomica per concentrarsi sugli aspetti microeconomici della società. Tra le diverse teorie propugnate, è stata data grande rilevanza all’idea secondo cui i prezzi e i salari sarebbero le principali variabili tramite cui conseguire l’aggiustamento economico. Postulando, in modo tutt’altro che scontato, una relazione inversa tra disoccupazione e salari, l’economia neoclassica sostiene che la riduzione dei secondi sia il modo principale per ridurre in modo strutturale e permanente la prima. L’idea generale di fondo è che la concorrenza abbia un effetto di stimolo sull’economia: più concorrenza tra i lavoratori ne riduce le pretese salariali e ne facilita l’assunzione, più concorrenza tra le imprese ne migliora la produttività e riduce i prezzi di vendita.  Si lavora tutti, a salari più bassi, e si produce con sprechi minori. Questa storia, ottimistica e quasi coinvolgente, ha l’unica pecca di essere falsa. Gli economisti keynesiani e marxisti l’hanno sempre saputo, quelli neoclassici ci hanno messo un po’, ma ormai se ne sono definitivamente convinti anche molti di loro. Emiliano Brancaccio, professore di Economia Politica presso l’università del Sannio, riporta in una sua recente pubblicazione [1]  i dati di tredici studi empirici sull’esistenza di una correlazione positiva tra flessibilità e tasso di disoccupazione, ma solo una di esse – a cura del bocconiano Tito Boeri – ha riscontrato un legame diretto tra le due variabili. Persino Olivier Blanchard, professore del Mit di Boston, chief economist del Fondo Monetario Internazionale nonché autore del libro di testo universitario di macroeconomia più usato in Occidente, è arrivato ad ammettere che “le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” [2].

Ma in fondo Keynes già negli anni ’30 asseriva che, in assenza di prospettive economiche positive, le imprese non hanno particolari motivi per implementare il loro organico. Davvero gli autori del Jobs Act credono che un’azienda in crisi, ceteris paribus, sia più propensa ad assumere qualcuno dal momento che può licenziarlo facilmente? Davvero l’abolizione della mela della discordia dell’art.18 (ndr. diritto al reintegro sul posto di lavoro a seguito di una sentenza giudiziaria che ravveda un  licenziamento senza giusta causa) e la sua sostituzione con un indennizzo da corrispondere al lavoratore faranno cambiare verso all’Italia? I più duri a cedere all’evidenza sosterranno che il pacchetto Treu del 1997 e la legge Maroni del 2003 hanno ridotto la disoccupazione. A costoro suggeriamo di dare un’occhiata agli indici occupazionali settoriali: solo il comparto finanziario e quello immobiliare hanno visto un significativo aumento dell’occupazione [3]. Sarà forse un caso che quei due settori, prima della crisi globale, erano i motori trainanti dell’economia atlantica? Che sia davvero il ciclo economico espansivo a guidare l’occupazione e non il grado di flessibilità dell’offerta di lavoro? Come se non bastasse, venendo alla notizia tragicomica, il Jobs Act rischia di acuire l’attuale crisi economica. Con i consumi in calo e la produzione stagnante, un ulteriore indebolimento del potere d’acquisto dei cittadini dovuto alla riduzione del livello dei salari rischia di far implodere a livello sociale ed economico il nostro paese. Oltretutto l’immobilismo dell’economia italiana viene da molto lontano e ha le sue radici sia in storture fiscali cinquantennali che in fattori meta-economici (culturali e sociali in primis): è del tutto evidente l’inadeguatezza del Jobs Act nel far fronte a questo scenario.

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Per gli amanti delle stime empiriche proponiamo infine una recente pubblicazione dell’Ocse che stima il grado di flessibilità del mercato del lavoro nell’Eurozona [4] [5]. Secondo le ricerche dell’ente, non solo il mercato del lavoro italiano è in linea con la media europea, ma è addirittura più flessibile di quello tedesco (tabella 1). E sempre sullo stesso report troviamo una risposta al secondo punto a cui dovrebbe provvedere il Jobs Act, cioè il dualismo del mondo del lavoro. Facendo un rapporto tra l’indice di chi ha un lavoro a tempo indeterminato e chi ha un lavoro precario, l’Ocse osserva che il mercato del lavoro italiano è molto meno dicotomico di quello tedesco o belga [5]. Ovviamente non è un semplice indice sintetico ad esaurire la questione, ma il Jobs Act sembra proprio che miri ad una perequazione delle tutele al ribasso.

Dunque perché il Jobs Act? Naufragate davanti all’evidenza le ipotesi della rottamazione e dell’innovazione, i moventi vanno forse cercati altrove. Rimandando la risposta ad una sede più autorevole ed esaustiva di questa, concludiamo con due citazioni.

“Da dove vengono le idee giuste? Cadono dal cielo? No. Sono innate? No. Esse provengono dalla pratica sociale” – Mao Ze Dong –

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra. – Giuseppe Tomasi di Lampedusa –

[1] E. Brancaccio, “Anti-Blanchard”. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, Franco Angeli, Milano 2012
[2] O. Blanchard, “European unemployment: the evolution of facts and ideas”, Economic policy 2006
[3] http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-sindacato/le-insostenibili-leggerezze-del-job-act/#.VHTdBYuG-So
[4]Employment Protection Legislation Index 2013
http://www.oecd.org/employment/emp/oecdindicatorsofemploymentprotection.htm
[5]http://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-sindacato/la-favola-dei-superprotetti-flessibilita-del-lavoro-dualismo-e-occupazione-in-italia/#.VHTdBouG-So

Fabrizio Leone

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