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giovedì , 19 gennaio 2017
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Un altro punto di vista sull’immigrazione

Un altro punto di vista sull’immigrazione

L’ultima strage nel canale di Sicilia dove hanno perso la vita più di 800 immigrati ha scatenato un putiferio, che come al solito non ha portato a nulla se non a soluzioni bislacche e improponibili, facili da dire ma impraticabili. Da una parte il buonismo di sinistra che vede nell’immigrazione un qualcosa di bello quasi romantico ma che si scontra con la realtà dei fatti, dall’altra il razzismo di Salvini e compagnia che non ha bisogno di commenti.

Fonte: Marx21.it

Nessuna delle due parti riesce a fare (o non vuole fare) un’analisi attenta di questo fenomeno: da dove nasce, il perché nasce e come può essere risolto. Salvini propone il blocco navale, inteso come sparare a vista contro i barconi prima che possano partire. In realtà un blocco navale già c’è, dato che non esiste alcun collegamento legale per questi disperati che li porti in Europa e soprattutto se ci fosse un modo legale non pagherebbero migliaia di dollari per essere trattati come bestie da persone spregevoli, immonde che misurano la vita umana in denaro. La risposta di Salvini quindi farebbe solo aumentare le vittime, senza scalfire minimamente il numero di barconi che partirebbero comunque dalle coste africane.

Gran parte della sinistra dal canto suo propone un corridoio umanitario, per permettere ai migranti di arrivare in Europa in modo legale e sicuro salvandoli dalla guerra e dalla povertà. Questa soluzione, per quanto nobile nelle intenzioni, ha dei rischi molto alti: l’Africa è un continente dove vivono circa un miliardo e cento milioni di persone delle quali una buona metà in povertà assoluta, ci sono in atto in diverse parti del continente circa 25 conflitti armati e centinaia di movimenti guerriglieri. Quante possibilità ci sono che milioni di persone, che vogliono scappare dalla povertà, dalla guerra e dalla fame sapendo di questo corridoio umanitario verso l’Europa farebbero di tutto per utilizzarlo? Direi molte, con conseguenze disastrose in termini di gestione per un flusso migratorio che potremmo definire biblico.

Ma perché queste persone decidono di affrontare questi viaggi a rischio della propria vita, e a chi giova tutto ciò? La risposta la troviamo nella crisi economica, da cui l’Europa non riesce ancora ad uscire e dalle guerre che in questi anni sia l’Europa che gli Stati Uniti hanno portato in quelle regioni. Un sistema come quello capitalista, se in crisi, per recuperare i capitali perduti ha bisogno di misure estreme, una di queste è la guerra e bene o male ne conosciamo gli aspetti. Un altro modo, più subdolo e per certi versi anche più spietato è l’attacco massiccio al lavoro salariato.

Le guerre producono milioni di disoccupati che già lavoravano in condizioni pietose nei propri paesi e che vedono nell’Europa l’unica soluzione per rifarsi una nuova vita. Queste grandi masse vengono utilizzate in Europa nel mondo del lavoro, ed essendo per la maggior parte manodopera poco qualificata e poco istruita è molto facile per i datori di lavoro offrire meno diritti e salari più bassi senza trovare resistenza. I lavoratori europei coinvolti in questa concorrenza ingiusta, che già subiscono una netta diminuzione dei diritti che conquistarono negli anni delle grandi lotte operaie, non ha scelte: o accetta di diminuire ulteriormente i propri salari e diritti oppure diventa disoccupato. Tutto ciò porta ad un unico scenario: meno diritti per tutti. Un vero e proprio ritorno al passato, a quel’800 dove lavorare era un inferno per tutti.

Una possibile soluzione c’è, non è né breve né facile ma è forse l’unica perseguibile. Un’alleanza internazionale tra paesi europei e africani che allestisca dei campi nei paesi coinvolti nei conflitti e difenderli militarmente in modo da contenere in prima istanza le partenze dei barconi. Creare un piano di sviluppo economico con investimenti internazionali con lo scopo di costruire infrastrutture quali scuole, ospedali, strade, ferrovie, fabbriche etc. e stringere accordi commerciali, tra pari e non tra colonizzatori e colonizzati, in modo da creare posti di lavoro direttamente in quelle nazioni. La Cina da tempo persegue questa via e nei paesi dove viene attuata questa politica, come l’Angola, i flussi migratori verso i paesi sviluppati sono notevolmente diminuiti e i lavoratori qualificati con livello di istruzione decente hanno cominciato a crescere velocemente. Non più sacchi di beni di prima necessità buttati da un elicottero nei villaggi pieni di affamati, ma eserciti di insegnanti, medici ed esperti che portano le loro conoscenze mettendole a disposizione dello sviluppo economico di un continente che per secoli ha visto solo le proprie risorse depredate senza avere nulla in cambio. Non serve a nulla indignarsi, non serve a nulla accrescere l’odio, serve agire e subito affinché queste tragedie finiscano, una volta per tutte.

Nicolò Monti

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