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lunedì , 29 maggio 2017
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Un anno senza Chávez

La destra, articolata come mai prima a scala mondiale per opera e grazia del fenomenale potere mediatico statunitense, pensava che con la morte del leader bolivariano sarebbe finito il chavismo.

Fonte: http://www.giannimina-latinoamerica.it/2391-un-anno-senza-chavez/

Nella loro rozzezza intellettuale le sue schiere si consolavano reciprocamente per le sconfitte latinoamericane dicendo che “morto il cane, finita la rabbia”. Ma la storia fino ad ora è stata avara rispetto ai loro aneliti. La “rabbia” dei popoli non è un fenomeno passeggero ma la conseguenza dell’iniquità, della disuguaglianza e dell’oppressione che incessantemente produce il capitalismo, in quelle terre come in qualsiasi altro luogo. Solo che nella Nostra America la rabbia si è amalgamata a una bicentenaria tradizione politico-intellettuale emancipatrice, anti-oligarchica e anti-imperialista che anche se non si può dire che sia del tutto assente in altre parti di quello che si usava chiamare Terzo Mondo, si può affermare che è presente in un pugno di paesi e, senza dubbio, senza il peso e la longevità evidenziati in Latinoamerica e nel Caribe. Una tradizione che si incarna nelle figure gigantesche di Bolívar e Martí, ai due estremi del secolo XIX e che continua con una lunga lista –che non possiamo riprodurre qui- che  parte da Simón Rodríguez, Miranda, San Martín, Artigas, Bilbao, Hostos, Betances e tanti altri, e dopo un po’ di tempo continua con Mariátegui e Mella fino ad arrivare a Bosh, il Che e Fidel. Da questo felice incontro fra la “rabbia” e una venerabile tradizione politica sono scaturiti i venti di emancipazione che percorrono la nostra geografia fin dagli inizi del secolo, spinti da quella vera forza scatenata della natura che è stato Hugo Chávez.

Venti che pur se sono diminuiti di intensità continuano a soffiare. Per questo Nicolás Maduro si è imposto nelle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013 per un 1,5% del voto popolare, nonostante ciò Barack Obama persiste nella sciocchezza di non riconoscere la vittoria. Bisognerebbe ricordare all’inquilino della Casa Bianca che nelle presidenziali del suo paese nel 1960 John F. Kennedy vinse per una differenza dello 0,1%: 49,7 contro 49,6 di Richard Nixon. E che durante quelle del 2000, George W. Bush con 47,9% ha perso contro Al Gore che aveva ottenuto un 48,4. Ma il fratello di Bush, John Ellis (a) “Jeb”, all’epoca governatore dello stato della Florida, inventò uno scandaloso arzigogolo legale che ha permesso a George W. di imporsi nello stato (dove era stato sconfitto da Gore) prendendosi così i voti elettorali della Florida, per cui ha ottenuto la maggioranza nel collegio elettorale che lo ha consacrato presidente.
La sconfitta del 14 aprile ha fatto sprofondare in una grande depressione la destra venezuelana. Incoraggiata dal silenzio della Casa Bianca ha deciso di non riconoscere il risultato delle urne, denunciare una presunta frode elettorale e lanciare, per bocca di Henrique Capriles, un nuovo tentativo sedizioso (prima: il golpe dell’aprile del 2002, poi lo sciopero petrolifero). Quel tentativo criminale ha prodotto una decina di morti ed enormi danni materiali. Vista l’inconsistenza delle denunce di frode dopo che ampie commissioni avevano certificato l’onestà delle elezioni, gli Stati Uniti e i loro compari locali hanno lanciato una campagna di destabilizzazione economica: mancanza di rifornimenti programmati e sincronizzati e accaparramenti di articoli di prima necessità; attacchi al Bolívar e speculazione sfrenata dei prezzi sono stati i tre punti di forza del sabotaggio economico, così come lo illustra Eugene Sharp nei suoi manuali per un “golpe suave”.

Hanno continuato con queste tattiche destinate a irritare la popolazione e a fomentare l’idea dell’inettitudine o insensibilità governative, fino alle elezioni municipali dell’8 dicembre del 2013. Dando prova di una notevole incapacità nel leggere la congiuntura politica, la destra le ha definite come un referendum nazionale: “Se il chavismo perde –dicevano – Meduro deve dimettersi”. In tal caso non ci sarebbe stata ragione di aspettare fino al 2016 per convocare il referendum di revoca contemplato dalla Costituzione bolivariana. Ma invece di perdere, il chavismo ha preso 900.000 voti di differenza sul cartello della destra, la Mesa de Unidad Democrática (MUD), e quasi il 10% dei voti. Insieme a questo il progressivo avanzamento della realizzazione di uno dei grandi sogni di Chávez: l’ istituzionalizzazione della CELAC, con la realizzazione del suo secondo Vertice niente meno che a Cuba, ha fatto sì che la destra internazionalizzata buttasse al diavolo qualsiasi scrupolo e abbracciasse senza indugi la strada della sedizione, mal dissimulata fra le pieghe del diritto dell’opposizione a manifestare pacificamente.

In realtà si tratta di un trucco per nascondere il vero progetto: far cadere Maduro, come ha spiegato il leader dei sediziosi, Leopoldo López Mendoza, seguendo il copione dei “democratici” ribelli contro Gheddafi a Bengasi e i neonazisti in Ucraina in questi giorni. Toccherà al governo di Maduro tracciare una sottile linea per distinguere l’opposizione che rispetta le regole del gioco democratico da quella che scommette sull’insurrezione, sulla sedizione. Dialoghi di pace con la prima, ma –come insegna la giurisprudenza statunitense – tutto il rigore della legge penale per i secondi. Fare il contrario servirebbe solo a propagare l’incendio della sovversione.
A un anno dalla sua scomparsa l’eredità di Chávez appare dotata di un’invidiabile vitalità: il chavismocontinua ad essere invincibile nelle urne –ha vinto 18 delle 19 elezioni convocate durante il suo mandato – e nella Patria Grande i processi di unità e integrazione che con tanto fervore e lungimiranza ha promosso il grande patriota latinoamericano continuano il loro corso, avanzando nonostante tutti gli ostacoli che gli si erigono contro. Per questo l’intensificazione della controffensiva reazionaria che concepisce la lotta di classe come una guerra senza quartiere e senza limiti morali o giuridici di nessun tipo.

L’obbiettivo immediato, pressante per via del deterioramento della posizione degli Stati Uniti nel grande scacchiere della geopolitica internazionale, è quello di impossessarsi del Venezuela e del suo petrolio, con la complicità delle classi e dei settori sociali che hanno usufruito del furto della rendita petroliera praticato dalle grandi multinazionali per quasi tutto il secolo XX. Gente che non perdonerà mai a Chávez e alchavismo di aver restituito questa ricchezza al popolo venezuelano, e che per questo si fanno avanti per distruggere l’ordine costituzionale. E’ questa la natura profonda della loro richiesta di “democrazia”: il petrolio per gli Stati Uniti e il governo e tutto l’apparato statale per le vecchie classi dominanti e i loro rappresentanti politici che hanno perfezionato il saccheggio durante la Quarta Repubblica. L’impero cavalca questa retrograda ambizione per cercare di fare in Venezuela quello che ha fatto in Irak, in Libia, in Afganistan e che adesso pretende di fare in Siria e in Ucraina. In tutti i casi in nome della democrazia, dei diritti umani e della libertà, proclami bellissimi ma che sulla bocca dei loro maggiori trasgressori si trasformano in una pozione velenosa che i popoli della Nostra America non sono disposti ad ingerire e la ragione è molto semplice: è passato un anno dalla morte ma Chávez è troppo vivo nella coscienza dei nostri popoli per farli decidere di incatenarsi nuovamente al giogo dei loro sfruttatori.

Atilio Borón

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