Un campus di lavoro per i braccianti di SaluzzoTribuno del Popolo
martedì , 23 maggio 2017
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Un campus di lavoro per i braccianti di Saluzzo

Marx, nella seconda sezione del libro I del Capitale, così sintetizzava la mercificazione della forza lavorativa: “il mutamento di valore del denaro che si deve trasformare in capitale non può verificarsi in questo stesso denaro, in quanto esso, quale mezzo d’acquisto e quale mezzo di pagamento, realizza soltanto il prezzo della merce che acquista o paga, mentre, quando rimane nella sua propria forma, si solidifica in pietrificazione di grandezza di valore immutabile.

E il mutamento non può neanche derivare dal secondo atto della circolazione, la rivendita della merce, in quanto tale atto fa solo tornare la merce dalla forma naturale alla forma di denaro. Per questo occorre che il mutamento avvenga nella merce acquistata nel primo atto, D-M, ma non nel suo valore, giacché si scambiano equivalenti, ossia la merce è pagata al suo valore. Il mutamento può quindi provenire solo dal valore d’uso della merce in quanto tale, cioè dal suo consumo. Il nostro possessore di denaro, per poter ricavare valore dal consumo d’una merce, dovrebbe essere così fortunato da trovare, nell’ambito della sfera della circolazione e cioè sul mercato, una merce il cui stesso valore d’uso abbia la specifica proprietà di essere fonte di valore, tale che il suo stesso reale consumo fosse  oggettivazione di lavoro e perciò creazione di valore. E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: la capacità di lavoro, vale a dire la forza lavorativa”.

Questa mercificazione della forza lavoro è plasticamente rappresentata oggi dai container in cui i braccianti agricoli vengono “accolti” dalle istituzioni imprenditoriali italiane, esattamente come fossero merci. Come a Rosarno chi è in regola con la Bossi-Fini viene sistemato nei container, ma poiché questi non sono forniti dalla protezione civile, bensì dalla Coldiretti, si paga lo stazionamento nelle strutture. La tendopoli che accoglieva i braccianti la scorsa stagione era considerata immorale e dunque quest’anno è stata sgomberata durante un’operazione farsesca che ha mantenuto la stessa, affiancandovi però un centro di accoglienza costituito da container recintati. In totale assenza di un’autorità pubblica di governo in grado di far rispettare i minimi diritti dell’uomo sono così intervenute le associazioni padronali che hanno fatto la carità a loro modo: cioè offrendo container in numero limitato (solo un centinaio di lavoratori su 500 vengono attualmente ospitati in queste “strutture”, gli altri permangono nelle tendopoli adiacenti o alla Caritas, e sono controllati affinché non entrino a solidarizzare con gli altri). Questi container sono stati posati in un campo recitato su cui vengono innalzati i vessilli dell’associazione padronale a rivendicare la proprietà di quello spazio e delle strutture ivi inserite. Ovviamente i lavoratori non cessano di essere “uomini liberi”, poiché i braccianti stazionano nella struttura volontariamente, addirittura pagando 1 euro e 50 al giorno per usufruire dei container del padronato, si sa la crisi morde e molti di loro un lavoro l’hanno già perso e il bracciantato agricolo rappresenta l’ultima speranza per poter restare in Italia. Il “campus” della Coldiretti viene poi chiuso durante la giornata lavorativa e i lavoratori sono liberi di rientrare soltanto a fine giornata, mentre a vigilare su chi entra e chi esce è il servizio di vigilanza che identifica i lavoratori muniti di apposito braccialetto.

I servizi pagati per questa “accoglienza” dunque quali sarebbero? Siccome i servizi presuppongono uno Stato che si svincoli in qualche maniera dalla logica del capitale, questi sono totalmente assenti  poiché una fontana di un parco giochi a mezzo chilometro di distanza non può definirsi propriamente come servizio, ma non solo. Infatti, lo Stato spesso si palesa solo nella forma di repressione poliziesca, così arriva a punire i braccianti che si erano autorganizzati per avere almeno l’allacciamento idrico. Dopo 12 ore lavorative nei campi, in pieno agosto, l’allacciamento idrico è un bene umanamente inalienabile e dunque se lo Stato latita i braccianti hanno pensato di procedere da soli. Invece, l’abusivismo idraulico disturba il comune di Saluzzo che, da buon guardiano, aveva pensato di lasciare che i migranti aspettassero la pioggia dei temporali serali per poter usufruire di un bene comune che un referendum ha decretato inalienabile per ogni essere umano. Così il 6 agosto l’allacciamento idrico abusivo è stato rimosso tra le proteste dei braccianti agricoli che hanno dovuto tornare a raccogliere l’acqua coi teli, come i beduini del deserto, peccato molti di loro siano lavoratori assunti con regolare contratto di lavoro e stazionino in Italia con regolare permesso di soggiorno.  Di servizi igienici e corrente elettrica ovviamente neanche l’ombra. Dunque, al di fuori di questi container, esattamente come gli altri anni, manca tutto e quotidianamente i braccianti sono costretti a saccheggiare la vicina discarica per rifornirsi del necessario che viene sprecato dalla società dei consumi.

La solidarietà è stata portata dalle Brigate di Solidarietà Attiva e dal Comitato antirazzista Saluzzese  che hanno allestito un presidio permanente al Foro boario di Saluzzo, vicino alle altre tende, dove quotidianamente forniscono aiuto materiale: una ciclofficina per mettere a disposizione materiali e utensili per riparare le biciclette con cui quotidianamente i braccianti si recano nei campi, un generatore di elettricità, un banchetto informativo sull’assistenza sanitaria e sulla situazione contrattuale del bracciantato, infine una scuola di italiano. Anche in questo caso il comune ha svolto la solita funzione di guardiano e così la forza pubblica ha identificato i soggetti che solidarizzavano con i braccianti, multandoli per “occupazione abusiva di suolo pubblico”; ma solo i “bianchi” sono stati interessati dal provvedimento perché i migranti di colore possono stazionare in tende senza acqua, luce e servizi igienici in quanto all’interno di un progetto di “accoglienza umanitaria” (che accoglienza! … E che umanitarismo!).
Dietro a tutto ciò c’è un’emergenza umanitaria che, a mio parere, è frutto della degenerazione di una gestione già di per sé scellerata del lavoro, trattato perennemente come un’emergenza da risolvere e non come un diritto da costruire. Ci siamo abituati a vedere i container come soluzione di emergenza a calamità naturali, per garantire il diritto abitativo in una situazione straordinaria, invece ora dobbiamo iniziare ad affrontare l’idea che sia possibile abitare in container collocati nei pressi dei luoghi lavorativi e spostati a seconda delle esigenze, addirittura in campi recintati e con i lavoratori identificati tramite braccialetto. E’ evidente che ci ritroviamo ad affrontare il problema lavorativo in una fase piuttosto avanzata della sua degenerazione, poiché il bracciantato semplice vive in condizioni in cui i minimi standard umanitari non vengono minimamente rispettati. Qualora si dotassero i lavoratori di strutture adeguate – cosa che non sta assolutamente avvenendo, nonostante il clamore mediatico sulla questione “migranti” – questi continuerebbero a venire spostati e usati come pezzi intercambiabili della macchina agricola, senza il minimo rispetto per la loro dignità di esseri umani. In agricoltura infatti l’equiparazione tra uomo e bestia da soma, secondo la logica del capitale, è pressoché totale. La transumanza che caratterizza il bestiame agricolo non può caratterizzare l’essere umano che, in una società civile, dovrebbe vivere di un lavoro costituito da solidi diritti, non di lavori occasionali stipendiati a cottimo (vedi contratto braccianti di Saluzzo: http://invisibili.jimdo.com/contratto-agricoltura-cuneo-2013/ ). Infatti, un lavoro dominato dalla legge del mercato toglie il limite fisico e spinge l’essere umano alla quotidiana lotta per la sopravvivenza, contro i ritmi forsennati e le cadenze stagionali dettati dalle esigenze produttive. Il limite estremo di questa logica è la militarizzazione del processo lavorativo rappresentata dal sistema del caporalato, ormai diffuso in agricoltura e non solo. Istituzionalizzare un campo di lavoro senza fissare diritti per chi lavora diventa così un errore pericoloso, poiché innesca meccanismi che sfociano facilmente nello sfruttamento e nella prevaricazione dei basilari diritti della persona, oltre che del lavoratore. Se l’equiparazione del lavoratore a merce da cui estrapolare il più lauto profitto possibile senza alcun limite è un principio anticostituzionale, e come tale sanzionato dal recente decreto che punisce coloro che reclutano manodopera a fini schiavistici, non andrebbe certo difesa un’operazione di marketing umano simile, invece fatta passare come atto caritatevole verso chi è ridotto a vivere in condizioni miserevoli. Soprattutto perché l’operazione “caritatevole” è padronale e dunque limitata ai lavoratori con regolare contratto – e neppure a tutti -, mentre gli Altri (notare come la logica capitalista ricrei continuamente un Altro, anche tra chi, paradossalmente, è già Altro all’interno della stessa società di accoglienza) compongono un vero “esercito di riserva” marxiano che staziona quotidianamente al di fuori del campus in condizioni ancora più miserevoli, senza godere neppure dei container. Questi ultimi vengono comunque mantenuti e non sgomberati, poiché considerati dalle autorità statali all’interno di un progetto di accoglienza (quale? Non si sa), mentre chiunque voglia solidarizzare con loro e con chi staziona nel campo viene punito. Coloro che al Foro boario sono accampati clandestinamente hanno un permesso di soggiorno regolare in quanto “rifugiati”, se no sarebbero confinati in quell’altra struttura scarsamente visitata dalle istituzioni poiché prevede la detenzione anche per chi non ha commesso reati penali, ossia i CIE. I “rifugiati” vivono così alla giornata, attendendo quotidianamente un lavoro e con la spada di Damocle dello sgombero a gravare sulle loro teste, quando questo avviene si sparpagliano per i paesi limitrofi per un po’ di tempo, fino a ritornare poi nei pressi dei campi per cercare lavoro. Infine, strutture come quella di Saluzzo, oltre ad annichilire oltre ogni limite la dignità di chi lavora, rischiano di creare un pericoloso precedente, secondo il quale pur di lavorare possono essere ridotte le proprie libertà personali, nonché la propria vita, fino a non ben precisati limiti.

Alex Marsaglia

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