Un decennio di morte. Cosa è successo in Iraq dopo la guerra?Tribuno del Popolo
lunedì , 23 gennaio 2017
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Un decennio di morte. Cosa è successo in Iraq dopo la guerra?

Un decennio di morte. Cosa è successo in Iraq dopo la guerra?

Il fallimento del modello di democrazia Usa. A dieci anni dalla SecondaGuerra del Golfo il paese è nel caos totale, stragi quotidiane e tremende violazioni dei diritti umani sono l’unico evidente risultato della campagna militare voluta da Bush nel 2003.

Fonte: Oltremedianews

Sono passati dieci anni dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Nella remota ipotesi in cui l’intento di questa guerra fosse quello di liberare il popolo iracheno dall’oppressione dittatoriale di Saddam Hussein per rendergli un paese al contrario democratico e moderno,  questo è sicuramente fallito, assumendo anzi il contesto giorno dopo giorno la connotazione di un caotico gioco al massacro.

Le cifre, come spesso accade, danno un’idea della situazione. Solo dall’inizio dell’anno, oltre 4.700 persone hanno persola vita per attentati in Iraq, con 12 mila feriti. Nessuno è in grado di stabilire esattamente quante persone siano state uccise in Iraq a partire dall’invasione diretta dagli Usa del marzo 2003. Secondo la ricerca più estesa, condotta congiuntamente dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal governo iracheno e pubblicata nel gennaio di quest’anno,dal marzo 2003 al giugno 2006 sono state uccise più di 150.000 persone. Le Nazioni Unite hanno affermato che nel 2006, ultimo anno su cui sono disponibili dati certi, sono state uccise almeno 35.000 persone.

Dopo un decennio i media occidentali sembrano aver perso interesse per il paese, dedicandosi a fatti mediaticamente più appetibili.  Ma tra le sponde del Tigri e dell’Eufrate, nel cuore del Medio Oriente, dove un tempo re Hammurabi governava con regale sacralità, una lunga e logorante transizione democratica sta prendendo faticosamente piede dal termine ufficiale della guerra, il primo maggio 2003. 

Un percorso non senza ostacoli; tante sono infatti le contraddizioni dell’Iraq moderno.
Il paese è dilaniato da una feroce guerra civile tra la fazione Sciita e quella Sunnita, che per la verità è estesa a tutta la zona del Medio Oriente. Le violenze si sono intensificate soprattutto dopo che le forze di sicurezza avevano represso con la forza una manifestazione sunnita contro il governo, provocando la morte di decine di persone lo scorso 23 aprile. Questo episodio ha provocato la reazione dei sunniti, che si sentono emarginati dal governo sciita. I miliziani di Al-Qaeda stanno cercando di capitalizzare la situazione, colpendo a loro volta target governativi.

Così anche le forze militari Statunitensi non hanno contribuito al raggiungimento di una situazione stabile con discutibili azioni belliche sfociate nei massacri di Fallujah, in cui secondo fonti internazionali vennero addirittura usate armi chimiche come il fosforo bianco; mentre sono in molti a sostenere che nel noto massacro di Haditha le forze americane abbiano ucciso 24 civili iracheni inermi.

Sul fronte interno né il governo degli Stati Uniti né tantomeno le Nazioni Unite hanno mai dimostrato sufficiente interesse a che l’attuale governo iraqeno, del Premier Nuri Al-Maliki, tenesse a freno la corruzione, la repressione e la lunga serie diviolazioni dei diritti umani. Forze di polizia controllate dai Ministeri della Difesa e degli Interni hanno effettuato massicce operazioni tra la fine del 2011 ed il marzo 2012, in vista di un vertice della Lega araba a Baghdad, in cui, senza alcun controllo giurisdizionale, sono state arrestate centinaia di persone che manifestavano contro il governo come misura precauzionale per prevenire presunti attacchi terroristici. In questa occasione, secondo un dossier di Human Right Watch, diversi detenuti avrebbero riferito inoltre di essere stati torturati.
Anche la pena di morte è un tema scottante nell’Iraq moderno. Il Ministero della Giustizia ha annunciato 129 esecuzioni a partire da metà novembre 2012. Secondo l’attuale legge irachena, sono 48 i reati passibili di pena di morte, tra cui per esempio l’allaccio abusivo alla rete elettrica.

Insomma, a dieci anni dall’inizio del conflitto non resta che fare un bilancio; e le somme da tirare non possono che essere negative. L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Se è questo il modello di democrazia che l’Occidente esporta da decenni, non c’è da meravigliarsi di fronte al fallimento del proprio sistema economico, politico e sociale.

Giulio Mario Morucci

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