Un nuovo "comunismo" come via d'uscita dalla guerra globaleTribuno del Popolo
martedì , 17 ottobre 2017
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Un nuovo “comunismo” come via d’uscita dalla guerra globale

Spirano forti, fortissimi, i venti di guerra sul mondo del XXI secolo. Le dinamiche però sono quelle di sempre, ovvero l’imperialismo che è pronto a tutto per perseguire i propri interessi e non ammainare bandiera. Il neoliberismo economico mischiato all’individualismo e al cinismo generazionale ha come unico sbocco globale la guerra. Da qui la necessità di indicare una nuova via, un nuovo “comunismo” capace di mostrare che un futuro di pace e giustizia sociali è possibile. 

Ancora comunisti? Questa domanda tormenta chi vi scrive da diversi anni, ripetuta come un mantra ogni qual volta che si cerca di dare una certa chiave di lettura alla realtà che ci circonda. E’ come se il nominare la sola parola “comunismo” accendesse una sorta di meccanismo di autodifesa negli interlocutori, specie quelli istituzionali, che iniziano immediatamente ad alzare un muro. E’ come se la parola stessa comunismo, e tutto quello che rappresenta, evochino allo status quo attuale degli spettri che si vuole a tutti i costi relegare nel passato. E come si potrebbe pensare diversamente dal momento che proprio il comunismo, inteso come quell’insieme di analisi pratiche e teoriche divulgate da Marx in poi, è st ato un gigantesco pensiero  totalizzante culturale, politico, sociale ed economico che è stato realmente capace, per la prima volta nella storia, di elevare le classi disagiate ed escluse dalla distribuzione del potere a competitors reali per la gestione dello stesso. Indipendentemente dal funzionamento o meno del socialismo reale e dei sistemi ad esso correlati, appare innegabile come il comunismo sia comunque stato in grado di far accedere alla gestione del potere e alle stanze dei bottoni decisionali anche personaggi che fino a quel momento erano stati relegati al ruolo di comprimari della storia, ovvero contadini, ciabattini, studenti e quant’altro. Non solo, per la prima volta nella storia sono stati  individuati dei valori di progresso e giustizia, laici eppure dall’impatto morale fortissimo, da contrapporre agli ideali fissi nel tempo che rappresentano il potere per antonomasia. Non è casuale che il mondo sia cominciato a cambiare in modo repentino proprio dopo la caduta del socialismo reale, e anche se la cosa non ci fa sorridere più di tanto, noi comunisti abbiamo sempre avuto ragione nell’individuare nella globalizzazione che ne sarebbe succeduta un pericolo gravissimo per il mondo. Come se non bastasse l’annullamento e la distruzione di ogni pensiero critico di stampo marxista organizzato ha permesso all’ideologia capitalista, perchè di questo si tratta, di pervadere le società mondiali, imponendo un livellamento verso il basso delle culture e la generalizzazione di valori come “libertà” che però hanno perso ogni ancoraggio con il loro significato reale divenendo, al contrario, una sorta di antivalore sociale, definendosi come libertà totale di affermazione dell’individuo anche a detrimento degli altri. Così valori come quelli di solidarietà, cooperazione sono stati tramutati in disvalori dall’ideologia imperante che, peraltro, riesce a fingersi una “non-ideologia” pervertendo il significato stesso di ideologia in modo utile al proprio disegno di controllo sociale. In tutto questo marasma pesa come un macigno l’abdicazione da parte della cosiddetta “sinistra” della sua reale natura, ovvero quella di costituire e lavorare per un sistema diverso da questo, un sistema in grado di organizzare la società in modo differente e antitetico e che contrapponga altri ben determinati valori a quelli imperanti. Una sinistra che rinuncia al suo ruolo di alternativa accettando il ruolo di “poliziotto buono” nella gestione del capitalismo semplicemente si svuota di significato diventando niente altro che un esercizio nominale dal momento che, in realtà, non ha nulla della sinistra propriamente detta. Da qui la necessità di lasciarsi alle spalle vent’anni e più di revisionismo inconcludente che ha portato solo alla distruzione della tradizione comunista e di tutte le sue conquiste sociali senza che sia stato elaborato alcunchè di alternativo. In sostanza è come se, passateci la metafora, si sia affondato la nave senza aver predisposto nemmeno le scialuppe di salvataggio. Una certa classe politica ha sostanzialmente tradito i fini per cui faceva politica col risultato che la “fine del comunismo” non è stata sancita dalla realtà ma dalle scelte, discutibili e faziose, di determinate persone fisiche che perseguivano finalità e obiettivi ben diversi da quelli della costruzione del socialismo.Lo schema ha funzionato molto bene fino a quando l’economia sosteneva questa azione di distruzione della sinistra e del suo immaginario, con gli “ex” compagni che probabilmente hanno ritenuto giusto rinunciare ai propri ideali e ai propri obiettivi in cambio di un pò di benessere economico. Oggi che tale benessere economico appare dissipato, oggi che venti di guerra sono tornati a spirare fortissimi e che la disoccupazione in tutta Europa ha raggiunto doppia cifra, e soprattutto oggi che i fascisti e i nazionalisti sono tornati alla luce del sole, ecco che riemerge, vitale e necessario, il bisogno di comunismo. Il bisogno cioè di una analisi della realtà che tenga conto della chiave interpretativa marxista ponendosi come fini il progresso dell’umanità nella sua totalità e la volontà di porre fine alle ingiustizie sociali e allo sfruttamento di pochi uomini su miliardi di uomini anche in grado diverso. 

Nel 1917 Lenin si affermava in Russia lasciando tutti relativamente sorpresi dal momento che il suo partito bolscevico non era certo considerato il maggiore pericolo per gli Zar alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Lenin riuscì a imporsi sfruttando vari fattori, in primis il proprio acume e la propria intelligenza tattica, ma anche a causa della situazione determinata dalla guerra. Fu la guerra ad aprire gli occhi inconsciamente al popolo russo che si rese conto di come la politica imperialista portasse inevitabilmente al collasso e alla tragedia della guerra, dove migliaia e migliaia di cittadini europei si massacrarono all’ombra delle trincee nel primo massacro globale del XX secolo. Le parole d’ordine dei bolscevichi di Lenin erano “Pane e Pace”, e fu la miseria nera indotta dalla guerra a convincere i russi che i bloscevichi volessero davvero costruire una società che non portasse più ad avventure di questo tipo e a vivere nello sfruttamento feudale più nero. In sostanza dunque è proprio quando il capitalismo vira verso la crisi economica, la guerra e la politica imperialistica, che le sue contraddizioni emergono in modo più forte, aprendo la reale possibilità dell’indicare una alternativa. Il momento oggi sembra propizio con una situazione economica devastante in Europa e con la guerra che bussa alle porte dalla Libia fino all’Ucraina passando per l’Iraq e per la Siria. In un mondo che sembra quasi rassegnato a percorrere fino in fondo il tunnel della guerra dell’imperalismo globalizzante ecco che emerge un nuovo ruolo per i comunisti del XXI secolo, ovvero quello di educare le masse alla pace e di indicare alle stesse la via da percorrere, ovvero un mondo organizzato in modo da evitare lo sfruttamento e quindi le premesse stesse al conflitto. Per farlo occorre indicare tutte le contraddizioni insite a questo sistema senza paura di proporre alternative, altrimenti il rischio è quello di sprofondare in una “medievalizzazione” del capitalismo mondiale che ci porterà indietro nel tempo a forme di sfruttamento che pensavamo sconfitte della storia.

photo credit: <a href=”https://www.flickr.com/photos/izarbeltza/82159877/”>izarbeltza</a> via <a href=”http://photopin.com”>photopin</a> <a href=”http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/”>cc</a>

Gracchus Babeuf

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