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sabato , 25 marzo 2017
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Un nuovo Medio Oriente?

La più efficace forza in campo contro l’Isis è quella che per USA e Europa è un gruppo terroristico, il PKK e i suoi affiliati, che rappresentano l’unica vera resistenza sul campo contro lo Stato islamico. 

Fonte: Oltremedianews

Un movimento di donne e uomini che da più di trent’anni combatte per il riconoscimento dei diritti del proprio popolo. Lo stesso movimento che da più di dieci anni è nella lista statunitense ed europea delle organizzazioni terroristiche. Un’etichetta questa che criminalizza l’intera comunità curda e rende difficile la comprensione delle parti in campo in Siria e Iraq. Le unità del PKK sono intervenute nella guerra contro lo Stato islamico in appoggio dei loro fratelli curdi siriani e iracheni. Il YPG in Siria combatte dal 2011, mentre in Iraq ci sono i Peshmerga del UPK e PDK. Di tutte queste formazioni, solo il PDK di Barzani ha l’appoggio Occidentale. Le altre truppe vicine al PKK, invece, non hanno nessun aiuto in quanto “terroristi”.

Al momento comunque non sembra ipotizzabile che il PKK sia rimosso dalla lista delle organizzazioni terroristiche. I rapporti tra Stati Uniti e Turchiarappresentano la più importante chiave di lettura.  La Turchia alzerà la voce per fare sì che l’etichetta di terroristi rimanga poiché un riconoscimento del PKK renderebbe difficile la repressione nel Kurdistan turco e aprirebbe la porta a enormi cambiamenti in tutta l’area.
È proprio questo il punto centrale. Legittimare il PKK e il YPG vorrebbe dire per l’Occidente riconoscereun nuovo scenario in Medio Oriente. Uno scenario che nessuno ha la forza di controllare. Gli Stati Uniti lo sanno bene e cercano in tutti i modi di porre degli argini. Se da un lato l’avanzata curda serve per limitare i danni, dall’altro lato è un pericolo perché, una volta sconfitto l’Isis, metterebbe tutto in discussione.  In particolare dal momento che le forze curde stanno lavorando per la costruzione di alleanze con le altre forze sul campo. Perché altre forze ci sono, anche se si tratta di formazioni piccole e mal armate.

In Siria si parla dei “Sudari bianchi”, un gruppo molto ridotto che opera nel confine con l’Iraq e che stanno avendo successo grazie a una diversa strategia di combattimento. Questi, infatti, hanno scelto di portare avanti attacchi lampo, agguati e rapimenti, poiché il numero ridotto non permette la battaglia a campo aperto. A loro sono seguite altre formazioni simili nella composizione e nel modo di operare. L’obiettivo principale di queste piccole formazioni sono i combattenti stranieri giunti in Siria per appoggiare l’Isis. Lo scenario è sempre più complicato e difficile da gestire e le mossedell’Occidente diventano fondamentali per capire come si svilupperà la situazione.

 Elda Goci

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