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martedì , 28 marzo 2017
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Un Paese in cassaintegrazione

Per parafrasare un film famoso, questo non è un paese per lavoratori salariati. Così appare dai dati rilasciati da Istat e Banca d’Italia ieri. Infatti, l’andamento delle retribuzioni rallenterà ancora nel 2013.

Tratto da Pubblicogiornale.it

cassa

In realtà, il peggioramento è continuo dal 2009 ad oggi, visto che l’incremento delle retribuzioni orarie nel 2009 fu del 3,5%, nel 2010 del 3%, nel 2011 dell ’1,8% e nel 2012 (fino a novembre) dell ’1,4%. Se compariamo la crescita, sempre più ridotta, delle retribuzioni all’inflazione, che nell’anno in corso è al 3%, si comprende come la capacità d’acquisto sia calata. Ma non è tutto, visto che a calare, oltre alla retribuzione oraria, sono anche le ore lavorate per dipendente. Queste nel III trimestre 2012 sono calate dell’1,6%, ma nell’industria manifatturiera la flessione è stata del 2,4%. Si tratta del calo più alto, a testimonianza delle difficoltà del settore, che riguarda soprattutto le Pmi.

Altro dato preoccupante è l’aumento delle ore di cassa integrazione. Nelle imprese dei servizi e dell’industria sopra i dieci dipendenti nel III trimestre 2012 rispetto al 2011 crescono di 11,6 ore, passando dalle 27,6 per mille ore lavorate alle 39,2 ore. Anche in questo caso la situazione peggiore è quella dell’industria in senso stretto con ben 70,2 ore di cassa integrazione, ovvero più 24,1 ore rispetto al 2011.

Ad ogni modo, il livello della cassa integrazione per l’intero 2012 sarà molto vicino a quello del 2009 (39,8), il più alto da quando la crisi è iniziata. Il quadro è pessimo, specie se ai dati suddetti aggiungiamo la disoccupazione ufficiale, che, fra l’altro, non considera gli scoraggiati, cioè chi non ha cercato lavoro nel periodo precedente alla rilevazione Istat.

Quindi, non c’è da meravigliarsi se i consumi sono calati del -4,8% nei primi nove mesi del 2012, molto di più del -1,6% annuo del 2009. E se il clima di fiducia generale, misurato dall ’Istat, è peggiorato da quando Monti ha assunto l’incarico di premier, passando da un indice di 96,4 (novembre 2011) a 85,7 (dicembre 2012), il peggior dato dall’inizio di queste rilevazioni da parte dell’Istat.

In particolare, è peggiorato il “clima personale”, ovvero le attese (possibilità di risparmio, acquisti, occupazione) delle singole famiglie, che passa da 101,6 a 90,7. Se questo non è un paese per i lavoratori e le loro famiglie, per chi è allora? Lo capiamo se andiamo a guardare gli ultimi dati sulla rilasciati dalla Banca d’Italia ieri. Da una parte, abbiamo una produzione industriale che dal secondo trimestre 2011 è tendenzialmente in calo fino ad oggi e soprattutto abbiamo gli investimenti fissi lordi che nei primi nove mesi del 2012 calano del -9,6%, dopo essere calati dal 2008 fino al 2011, con una lieve ripresa solo nel 2010. Se gli investimenti in Italia si contraggono i capitali però non stanno fermi. Dove vanno? È semplice, all’estero. Dal 1990 l’Italia ha registrato uno dei maggiori incrementi degli investimenti diretti (in attività produttive) all’estero fra i Paesi avanzati. Dal I trimestre 2011 al II trimestre 2012 la tendenza si è mantenuta, con investimenti saliti da 378 miliardi a 416 miliardi. Gli investimenti di portafoglio (puramente finanziari) sono diminuiti, passando da 857 a 792 miliardi, perché ci sono stati disinvestimenti dai titoli di stato esteri, visto che le banche italiane, grazie alle facilitazioni della Bce, hanno ritenuto più conveniente investire in titoli italiani, che garantiscono rendimenti più alti e il cui prezzo è cresciuto. Invece, sono cresciuti sia gli investimenti in derivati, quelli responsabili della crisi dei mutui e della speculazione più forte per intenderci.

Questi sono aumentati addirittura del +65%, passando dai 93,4 ai 154,8 miliardi. Gli “altri investimenti ” sono aumentati da 379 a 449 miliardi.

In questo modo, la posizione patrimoniale con l’estero, cioè il rapporto tra attività e passività, è migliorata di 66 miliardi in un anno, così come è migliorata la bilancia dei conti correnti, grazie soprattutto all’attivo commerciale, dovuto all’aumento delle esportazioni e alla diminuzione delle importazioni.

Quest’ultimo risultato è collegato al crollo dei salari reali ed all’aumento della disoccupazione, che rende le merci italiane più competitive all’estero e riduce anche l’import insiemedai consumi. In questo modo, si favoriscono le grandi imprese multinazionali, che sonodle vere protagoniste dell’export di merci eddi capitale. L’Italia, ricca ma con una maggioranzaddi cittadini sempre più povera, è undpaese per rentier e multinazionali.

Domenico Moro

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