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lunedì , 21 agosto 2017
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Una rivoluzione culturale

Quanto sta accadendo all’Ilva di Taranto è il risultato di una rappresentazione dell’operaismo e dell’impresa ormai obsoleta e che va superata al più presto.

Tratto dal blog di Felice Belisario

Per carità, nulla c’entra la sacrosanta e onesta lotta dei lavoratori che non vogliono la chiusura della fabbrica! Storicamente il legame con il luogo di lavoro è sempre stato una caratteristica forte del movimento operaio, basti pensare alla difesa delle fabbriche durante la fase conclusiva della seconda guerra mondiale dagli attacchi di terra e di aria delle truppe tedesche e a quanti uomini, in quella difesa stoica, hanno perso la vita.

Ma ora c’è bisogno di un salto culturale. Ambiente e lavoro non possono essere più in alternativa, devono procedere insieme. Il modello di sviluppo delle fabbriche, cominciato oltre un secolo fa, rischia di saltare perché, giustamente, la magistratura deve applicare le leggi severe che esistono in materia di inquinamento e di tutela ambientale. E non c’è dubbio che, se una fabbrica inquina va chiusa o modernizzata per renderla ecocompatibile.

Ma oggi, con le tecnologie avanzate che conosciamo, è possibile tutelare un territorio anche in presenza di industrie. Se il modello di sviluppo cambia e tutti riescono a compiere il salto culturale necessario, dai lavoratori ai sindacati, dagli imprenditori alla classe politica, l’Italia può continuare a produrre senza avvelenare il territorio che ospita l’attività produttiva.

Nella mia Basilicata che pure è una regione piccola, le aree inquinate e a rischio per la salute degli abitanti sono moltissime. Cito la Fenice e la Materit, di cui mi sono occupato anche recentemente con atti di sindacato ispettivo, che rappresentano esempi classici di sviluppo industriale sbagliato, da superare, pericolosissimo per i cittadini e per i lavoratori.

Un piano straordinario di messa in sicurezza ambientale su tutto il territorio nazionale ha ovviamente costi molto alti, ma è possibile iniziarlo con l’aiuto di fondi europei. Sarebbe un modo virtuoso di spendere e, in una fase di crisi economica come questa, di rilanciare un po’ di domanda interna perché ci sarebbe più lavoro per le imprese e gli addetti alla riconversione ambientale.

Insomma, non è impossibile lavorare in condizioni di sicurezza ambientale, basta volerlo tutti. Sono certo che i primi a convertirsi al nuovo modello sarebbero i lavoratori che non dovrebbero più barattare il lavoro con la perdita della salute per sé o per qualche familiare. Ma è necessario che imprese, sindacati e classe politica facciano la loro parte. Per l’Ilva bisogna intervenire subito. Un piano di riqualificazione più generale può partire su larga scala nella prossima legislatura, sperando in una maggioranza e in un governo più attenti alle questioni ambientali e sociali.

Felice Belisario

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