Una vita di militanza, da una parte della barricataTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Una vita di militanza, da una parte della barricata

Nel nuovo libro “Da una parte della barricata” Fosco Giannini espone la sua idea su come rilanciare il Partito Comunista Italiano.

Fonte: Oltremedia

“ Ci sono parole che fanno vivere, una di queste è la parola compagni”. Quest’inciso del grande poeta Paul Éluard ben s’addice ai vissuti di tanti, tantissimi, innumerevoli, come le gocce di un fiume impetuoso, che hanno conosciuto la forza inarrestabile del movimento dei lavoratori del Novecento, che hanno visto crescere e moltiplicare la forza del più grande partito comunista del mondo non al potere, il Pci. Anni stracolmi di vicenda umana e collettiva, formidabili davvero, mutuando l’espressione dal noto libro di Mario Capanna. Ma questa breve suggestione potrebbe riassumere il significatoessenziale della raccolta di articoli, saggi, discorsi, “incursioni” nel dibatto e nelle dispute politiche del mondo della sinistra, “Da una parte della barricata”, che Fosco Giannini, dirigente comunista italiano, ha curato e oggi propone all’attenzione di una platea ampia, tanto vasta da poter sicuramente comprendere tutti quegli “innumerevoli” di cui sopra. Una raccolta, si è detto, suddivisa in sei aree tematiche (Battaglia nel Pci contro la liquidazione del Partito, lotta all’interno di Rifondazione Comunista contro il bertinottismo e per l’unità dei comunisti, internazionalismo e antimperialismo, questioni politico-teoriche, politica e letteratura ed, infine, il vissuto militante “più autentico”, spalla a spalla col proletariato marchigiano e non solo). Sarebbe, però, assai fuorviante e deviante credere che questo libro possa essere letto a sprazzi, segmentando quella che invece è degna di elevarsi ad una narrazione unica, la quale sottende un filo , al contempo, logico e umano che è rappresentato da un’intera esperienza politica, militante, nella trincea della lotta per il socialismo, che altro non è che la vita intera dell’autore. Sì, una vita vissuta all’insegna delle proprie idee, dei propri ideali, di una intensità morale e, gramscianamente, di spirito, talmente forte da poter riempire degnamente una vita, citando Enrico Berlinguer.

Se è vero che il libro si presta ad una ricerca specifica, persino di piacere tra i fatti degli ultimi decenni della storia tormentata della sinistra italiana, credere che questo ne sia la vera peculiarità sarebbe assai sminuente. Ognuna delle parti in cui è diviso il volume, a ben vedere, è inevitabilmente intrecciata all’altra, sia da un punto di vista cronologico (si è detto dell’essenzialità del vissuto di Giannini), sia da un punto di vista politico, spingendo persino a rimescolare l’ordine dei saggi proposto dall’autore. E’ possibile esemplificare quanto detto già muovendo i primi passi dalla lotta contro la liquidazione del Pci: ci si accorgerà immediatamente che una lettura esaustiva sull’argomento non può circoscriversi nei limiti materiali della sezione dedicata, ma, al contrario, sarà essenziale per cogliere alcuni aspetti e vicende che l’autore stesso considera tanto fondamentali quanto rimossi dalla memoria collettiva, approfondire fatti salienti della storia dei comunisti italiani come l’ “emarginazione (…) del vento del nord”, cioè dell’ala leninista secchiana del Pci, di cui si trova un cenno sufficientemente esplorativo  nella sezione dedicata alle questioni politiche e teoriche, a riprova del fatto che, da un lato, gli eventi di cui si va trattando appaiono intrecciati saldamente fra di loro con continuità dialettica indiscutibile, dall’altro della grandezza della storia di un Partito e di una vicenda collettiva tanto intensa da richiedere una disamina compiuta di ogni apparentemente secondario frangente politico.

E’ proprio dalla estromissione della componente leninista, culminata nella sostituzione di Secchia con Amendola alla direzione organizzativa del Pci, che si potrebbe partire per incamminarsi in questa narrazione. Si trattò di una vera e propria mutazione del carattere rivoluzionario e terzinternazionalista della struttura del Pci, che poteva contare, fino alla metà degli anni Cinquanta, su decine di migliaia di cellule organizzate nei luoghi della produzione. Nel Partito comunista, parallelamente all’emarginazione dell’ala leninista, si genera e si evolve un mutazione della modalità di insediamento: da una strutturazione solida nel sistema produttivo nazionale, curata così minuziosamente da aver costruito un vero e proprio “partito operaio” nel Pci, si passa, nel giro di un decennio, ad una di tipo classicamente socialdemocratica, territoriale, non più impregnata sul modello delle cellule. L’autore evidenzia che, assieme alla forma, cominciano a costituirsi fondamenti potenziali alla mutazione ideologia e identitaria del Partito comunista, come avverrà con la Bolognina nel 1989. E’ sulla stessa ala leninista, ritornata ad un ruolo più attivo e protagonista in seguito al progressivo allontanamento del Pci dall’URSS ed all’affermazione dell’eurocomunismo dopo essere rimasta “disciplinatamente” silente per decenni, che si costruirà l’ossatura, prima della resistenza interna al Pci contro la liquidazione dell’esperienza comunista italiana, poi  del nuovo Partito della Rifondazione Comunista.

Si tratta di un passaggio essenziale, in cui, ancora una volta si evince quanta continuità vi sia nell’andamento dei fatti che solo con una lettura “tra le righe” può essere ricavata, lettura di cui sono dati numerosissimi input ed indirizzi.

Nell’esperienza del PRC Giannini prosegue una lotta tenace  contro un tentativo di snaturamento dell’identità comunista, che l’autore definisce come “bertinottismo”, ma che, a ben vedere, ha i suoi presupposti nell’eterogeneità su cui si basa il progetto iniziale della “rifondazione comunista”, unificante da un lato culture politiche distinte da quella del Pci, come fu quella di Democrazia proletaria, dall’altro pezzi importanti del fronte del “no” alla svolta di Occhetto, i quali non sono stati scevri d’influenza da parte di un “sovietismo di maniera” inteso quale elemento qualificante di una parte dell’identità comunista italiana, fedele e confidente nella grandezza e nelle potenzialità dell’esperienza sovietica e contemporaneamente attestatasi su posizioni socialdemocratiche o generalmente lontane dalla prassi e dalla teoria rivoluzionaria in patria (la figura di Amendola è sicuramente la più atta a personificare il concetto).

I nodi, dunque giungono presto al pettine. Il dissenso si manifesta in diversi ambiti, in maniera particolarmente chiara negli articoli di analisi di fase, nei quali la necessità di costruzione di un partito comunista insediato nei luoghi della produzione e di quadri formati è un costante riferimento nonché un progetto strategico. E’ interessante notare come elementi di analisi controcorrente emergono in un articolo pubblicato su “l’ernesto” nel novembre 2001: lo si evince bene nelle riflessioni su Forza Italia, definito come un partito “pesante”, in antitesi alla vulgata del consenso di simpatia o massmediatico, che fa, invece, della selezione dei quadri una pratica rigida, degna della gestione delle risorse umane di un’azienda (tornarci a riflettere oggi, dopo gli annunci della riedizione di una simile forma politica potrebbe essere più utile di quanto non si pensi).

Ma la lotta politica anche sulle questioni teoriche (vedasi su Liberazione nel novembre 2008 “Una risposta ad Alfonso Gianni”, nel marzo 2009 “Sull’etica comunista”) e negli interventi parlamentari (in commissione Difesa a sul Protocollo del 23 luglio).

Un altro fronte impegna intensamente Fosco Giannini, quello per l’unità dei comunisti. Una battaglia che prende le mosse dalla pubblicazione di un appello nell’aprile 2008 firmato da cento tra intellettuali e quadri operai che chiede a Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani di un unirsi un solo partito. A fronte della disponibilità manifestata subito dal PdCI, Giannini, con l’area de “l’ernesto” conduce questa battaglia all’interno del PRC uscendone tuttavia sconfitto. Particolarmente utile, soprattutto col senno di poi, è rileggere una lettera (su Liberazione, ottobre 2009) indirizzata a Paolo Ferrero, segretario nazionale del PRC, in cui chiaramente viene posto il problema dell’unità e delle ragioni della contrarietà di buona parte del gruppo dirigente di Rifondazione. L’epilogo di questa vicenda porterà all’impegno dell’area de “l’ernesto” all’interno del PdCI, partito sin da subito dichiaratosi accondiscendente al percorso dell’unità dei comunista e di spiccato profilo leninista.

Di notevole valore sono gli interventi dedicati all’internazionalismo e all’impegno antimperialista, elementi identitari sempre presenti nella produzione di Giannini, definiti come “irrinunciabili” per un partito comunista (un’altra battaglia condotta dallo stesso autore in Rifondazione contro la cancellazione della categoria di imperialismo dal proprio corredo ideale). Un internazionalismo che si sostanzia sia nella solidarietà ai popoli oppressi dalla Nato e dall’arroganza del capitalismo occidentale, sia nell’attenzione costante rivolta ai partiti comunisti d’Europa e del Mondo (“Autonomia comunista e alleanze della sinistra in Grecia e Spagna”, Marxismo Oggi 1994; “La Gioventù Comunista della Repubblica Ceca è fuorilegge!”,Liberazione, settembre 2006) come quella, d’altra parte, rivolta agli emergenti “BRICS”, sia, infine, sulle questioni inerenti l’Unione Europea, in merito alla quale vi sono notevoli spunti di riflessione (su l’ernesto, “Un progetto alternativo oltre l’Unione europea”, marzo 2004): l’ampliamento dell’Unione ai paesi dell’ex area sovietica, rifiuto del neoliberismo che si concreta nelle privatizzazioni selvagge e nell’assoluto predominio delle ragion di mercatura su quelle dei popoli, un’autonomia concreta dalla Nato e dall’imperialismo. Insomma, nella riflessione di Giannini si colgono i nodi essenziali che portano oggi i comunisti a definire l’UE, nella sua configurazione attuale, come uno strumento del capitale e articolazione dell’imperialismo, riflessioni risalenti a quasi un decennio fa che entrano a brutto muso nell’oggi e sono simili a una condanna per un certo pensiero “debole”, che ha rifiutato, nel nome nel continuo auto superarsi, l’analisi materialista dei processi storici, che altro non è che il fermo nesso marxista tra struttura e sovrastruttura.

Uno spazio sempre presente nel libro, che straripa dagli argini artificiali della tematizzazione, è riservato all’Unione Sovietica. Un approccio non dogmatico e tantomeno liquidazionista, muove l’autore nella ricerca delle cause del mancato dello sviluppo della “democrazia socialista”. Ancora una volta, Giannini è fedele al metodo marxista che analizza le differenti fasi caratterizzanti dell’economia sovietica (enumerate da lui in quattro) e ne rapporta la sovrastruttura, i livelli, le forme della democrazia popolare in URSS.

E’ evidente che si tratta di un libro denso, pieno di pensiero forte, autentico e rivoluzionario. E’ uno scorcio su un parte di storia al contempo gloriosa e tormentata. Del resto, il titolo stesso, “Da una parte della barricata”, ben manifesta questa tensione continua. Non è un caso, a parere di chi scrive, che questo libro sia intitolato nello stesso modo in cui Pietro Ingrao nel 1956, allora direttore de “l’Unità”, diede un nome al suo editoriale, a sostegno di Mosca nei giorni dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Una scelta sofferta ma che obbliga lo storico dirigente della “sinistra” del Pci a scegliere da quale campo schierarsi. Pur nelle distinte fattispecie, la scelta di Giannini sembra quasi una riaffermazione convinta della propria identità, ha la stessa rumorosità un pugno battuto forte per richiamare un battaglione smarrito sul campo, sulla barricata. Il libro è ancora avvalorato da una prefazione corposa, a firma di Andrea Catone, che arricchisce e guida il lettore nell’inquadramento dei fatti e nell’andamento della “narrazione” logica, come Virgilio fa con Dante Alighieri nella Commedia.

Una postfazione strabordante di curiosità, passione militante e sapienza, di Oliviero Diliberto svela, ancora una volta, l’alta concezione della politica che una generazione intera ha maturato sulla spinta di una battaglia delle idee formidabile, un conflitto combattuto con ogni arma politica, letteraria, persino scientifica, forgiata nella fucina del “Partito nuovo” togliattiano. Per chi segue il contributo costante di riflessione di Fosco Giannini, unico rammarico nella lettura del libro potrebbe essere quello di non trovare un intenso omaggio che il comunista marchigiano ha tributato, alcuni mesi fa, alla memoria della grande Franca Rame, degno di poter assurgere quasi a raffigurazione plastica di quanto, nella vita di un rivoluzionario, il vissuto individuale e quello collettivo camminino mano nella mano. Ritornando all’incipit iniziale, è proprio questo che il libro di Giannini trasmette con potenza assoluta: anche la lotta di classe, come le grandi battaglie epiche della storia, ha tantissimo di umano.

 Francesco Valerio Della Croce
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