Unioni civili, ce la faremo?Tribuno del Popolo
mercoledì , 29 marzo 2017
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Unioni civili, ce la faremo?

Alla luce della discussione che, in questa settimana, ha visto come protagonisti il vicepresidente del Consiglio dei Ministri Angelino Alfano e il Segretario del PD Matteo Renzi sul delicato tema delle unioni civili, proponiamo una breve analisi della questione. 

Fonte: Oltremedianews

Sotto l’aspetto giuridico, la questione delle unioni civili, come noto, non è mai stata disciplinata, trovando piuttosto alcuni riferimenti in disposizioni normative ad essa non strettamente inerenti. Va poi puntualizzato, rispetto a quanto rimarcato dall’opinione pubblica e dai sistemi di comunicazione di massa, che il fenomeno non riguarda solo le coppie omosessuali, ma anche quelle eterosessuali. Infatti, non si tratta solo di discutere sull’eventuale introduzione in Italia del matrimonio tra coppie dello stesso orientamento sessuale ma anche di disciplinare le situazioni e tutelare i diritti di tutte le coppie conviventi.

Come detto, la rilevanza giuridica delle coppie cosiddette di fatto è oggi rinvenibile in alcuni contesti specifici, come nellalegge sulla  procreazione assistita (legge n. 40 del 19 febbraio 2004) alle cui pratiche, ai sensi dell’art. 5, possono accedere coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi. Quest’ultimo è, come evidenziato, un esempio riferibile solo alle coppie eterosessuali.

Non è escluso che le coppie conviventi possano disciplinare il proprio rapporto mediante un contratto (o patto) di convivenza, per esempio sotto l’aspetto economico, ovvero registrare la convivenza medesima nei pubblici registri delle unioni civili, introdotti in alcuni comuni. Nondimeno, resta fermo per i conviventi il problema dell’eredità, atteso che il compagno non rientri per legge nella successione del de cuius, a meno che quest’ultimo non predisponga un testamento. Come evidenziato, a differenza di numerosi Stati dell’Unione Europea (tra tutti, i Paesi Bassi) che hanno introdotto forme di riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, in Italia il fenomeno resta ancora privo di una disciplina organica.

Ciò posto, va detto che le ragioni del vuoto normativo risiedevano (e risiedono) nel limite contenuto nell’art. 29 della Costituzione secondo cui “la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Tuttavia, al fine di equiparare le coppie di fatto a quelle nate da unioni matrimoniali, la dottrina ha, invece, fatto leva sull’art. 2 della Costituzione che così stabilisce: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Dunque, al fine di favorirne la tutela giuridica, le coppie di fatto sono state considerate come formazioni sociali.

Ebbene, la questione è stata esaminata dalla Corte Costituzionale e dalla Corte di Cassazione nel presupposto che, nel nostro ordinamento, esisteva (ed esiste) una disparità di trattamento tra coppie omosessuali e coppie eterosessuali, atteso che queste ultime, al fine di tutelare i proprio diritti, possono comunque contrarre matrimonio, sia concordatario che civile. In particolare, su tale disparità di trattamento si è pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza del 15 aprile 2010 n. 138.

La Consulta, investita della questione di illegittimità costituzionale di tutti gli articoli del Codice Civile che non prevedevano (e non prevedono) la celebrazione del matrimonio tra coppie omosessuali, sebbene ne ha ritenuto l’inammissibilità poiché una disciplina sul punto spetta al Parlamento nell’esercizio della sua piena discrezionalità, ha precisato che “per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico, e che in tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri”.

A ben vedere, la Corte Costituzionale ha affermato un altro principio fondamentale e cioè che i concetti di ‘famiglia’ e di ‘matrimonio’ non possono considerarsi cristallizzati con riferimento all’epoca in cui la Costituzione è entrata in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei principi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi.

La Corte di Cassazione (sezione Prima, sentenza del 15 marzo 2012, n. 4184), partendo dal presupposto che la diversità di sesso è un requisito minimo e indispensabile per la stessa esistenza del matrimonio come atto giuridicamente rilevante, ha negato la trascrizione di tale atto, concernente due soggetti dello stesso sesso, nel registro dello stato civile italiano ma non ha escluso che, in relazione a ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale.

Ciò anche al fine di non violare i principi di uguaglianza e di ragionevolezza di cui all’art. 3 della Costituzione, che assicura la pari dignità sociale di tutti i cittadini e la loro uguaglianza davanti alla legge senza distinzione, tra gli altri, di sesso e, pertanto, tale norma vieta qualsiasi atteggiamento o comportamento omofobo e qualsiasi discriminazione fondata sull’identità della persona o sull’orientamento omosessuale. Tuttavia, la Cassazione ha ritenuto che l’aspirazione a tale riconoscimento giuridico non deve necessariamente essere realizzata attraverso un’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio.

L’introduzione di una disciplina in materia, secondo la Cassazione, spetta sempre al Parlamento ma essa non deve necessariamente mirare al matrimonio. Si tratta, dunque, di garantire l’equiparazione, sotto l’aspetto dei diritti, tra coppie conviventi e coppie coniugate.

Ciò posto, va ricordata anche la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sezione Prima, del 24 giugno 2010 (ric. n. 30141/04). La Corte analizza, rispettivamente, gli artt. 12 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (Convenzione cui l’Unione Europea ha aderito con il Trattato di Lisbona entrato in vigore nel 2009) e 9 della Carta dei Diritti Fondamentali dei Diritti dell’Unione Europea (entrata a far parte dell’ordinamento dell’Unione Europea sempre con il Trattato di Lisbona). Il citato art. 12, infatti, stabilisce che “l’uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto”, mentre l’art. 9 prevede che “il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”.

Ebbene, alla luce dell’evoluzione sociale successiva alla Convenzione che infatti è del 1950, secondo la Corte Europea il diritto al matrimonio di cui al richiamato art. 12 non è più limitato ai casi di matrimonio tra persone di sesso opposto, sebbene “tuttavia, per come stanno le cose, si lascia decidere alla legislazione nazionale dello Stato contraente se permettere o meno il matrimonio omosessuale”.

Secondo la Corte Europea, resta certo che una coppia omosessuale convivente con una stabile relazione di fatto, rientra nella nozione di vita familiare. Questa estensione alla coppia omosessuale stabilmente convivente del diritto alla vita familiare costituisce coerente conseguenza del riconoscimento ai singoli componenti di tale coppia del diritto al matrimonio e del diritto di fondare una famiglia e attesta la necessità di distinguere tra riconoscimento del diritto al matrimonio omosessuale e altre forme di riconoscimento giuridico della stabile convivenza della coppia omosessuale, nonché riconoscimento ai singoli componenti di tale unione di altri diritti fondamentali.

La riserva attribuita alla legislazione nazionale non significa totale inefficacia delle menzionate norme nell’ordinamento giuridico italiano, fino a che il Parlamento non garantisca tale diritto o preveda altre forme di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali. Anzi, dette norme, posta l’appartenenza dell’Italia all’ordinamento dell’Unione Europea, sono già da tempo entrate a far parte integrante dell’ordinamento giuridico italiano e devono essere interpretate in senso conforme.

Tale ultima osservazione consente, quindi, di trarre un’importante conclusione. In tema di unioni civili tra coppie omosessuali (ma anche tra coppie eterosessuali), l’ordinamento italiano risulta oltre che lacunoso anche inadempiente rispetto agli obblighi imposti dall’ordinamento europeo di cui fa parte.

Pertanto, a prescindere dalle ideologie provenienti dai partiti, occorre quanto prima adottare una disciplina organica della materia, prendendo atto dell’evoluzione sociale che non può più essere ignorata e della circostanza per cui a siffatto vuoto normativo corrisponde una disparità di trattamento e una violazione del principio di uguaglianza (tra coppie coniugate e coppie conviventi ovviamente).

  Sara Venanzi

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