Urss, comunismo e un punto di vista diversoTribuno del Popolo
domenica , 23 luglio 2017
Ultime Notizie
Link Sponsorizzati:

Urss, comunismo e un punto di vista diverso

Oggi si prendono per buone sul passato sovietico e comunista tutta una serie di luoghi comuni e di accuse che semplicemente non trovano alcuna sostanza nella realtà. Se ne era accorto anche Antonio Pennacchi in un vecchio articolo per Limes che ha messo in luce come si siano sempre utilizzati due pesi e due misure nel confrontarsi con il passato sovietico.

Antonio Pennacchi pubblicò qualche anno fa su Limes un articolo mirabile dal nome L’Autobus di Stalin. Un articolo diverso dal solito dal momento che proponeva finalmente una visione diversa da quella imposta dalla pubblicistica degli ultimi decenni, una visione propagandistica in quanto maturata in un contesto di Guerra Fredda nel quale l’Italia e l’Occidente si trovavano dalla parte del capitalismo e della cosiddetta “democrazia” contro il comunismo incarnato dal Blocco socialista e dal Patto di Varsavia. Difficile dunque prendere cum grano salis tutta una serie di dati e informazioni sull’Urss che semplicemente a una prima analisi si mostrano come svuotati di ogni fondamento. Pennacchi ha dunque il merito per la prima volta di fare ordine, di far ragionare il lettore sui fatti portandolo passo passo alla maturazione di un giudizio più completo.

Si parte dall’evidenza che quando si parla di comunismo sovietico vengono immediatamente in mente i Gulag, milioni di morti, la repressione e la polizia segreta, tutti aspetti che presi singolarmente e decontestualizzati diventano indifendibili sotto tutti i punti di vista. Ma Pennacchi va oltre e suggerisce uno sforzo successivo. Di fronte a tutte queste cose negative viene voglia di prenderne le distanze, eppure il giornalista avanza un ragionamento: “Se tu vuoi operare il bene, non è con il male che lo puoi realizzare. Però questa è etica, non è politica, e non è nemmeno storia. La storia è prendere ogni cosa e inquadrarla nel tempo suo, con la corretta valutazione di tutti i fatti e di tutte le relazioni che li hanno in qualche modo determinati“. Già, verrebbe da dire, finalmente qualcuno che se ne accorge dal momento che la storia oggi somiglia sempre di più a un esercizio di mistificazione e di costruzione del mito del potere, e chi comanda oggi non s0no certo i comunisti, eh no. E a quanti invocano l’esistenza della coscienza civile per denunciare i crimini del comunismo Pennacchi risponde mirabilmente che anche la coscienza civile è tout court un fatto storico e storicamente determinato in quanto muta con il tempo e con la società e non esiste cristallizzato di per sè in quanto subisce l’influenza dei tempi e cambia molto velocemente. Per farlo capire Pennacchi fa l’esempio della coscienza civile di oggi con la quale in molti vorrebbero misurare i fatti successi in altri tempi e altri luoghi :” La coscienza civile che ha una tribù dell’Amazzonia non è la stessa di un condominio di Roma..“.

E qui si centra il nocciolo principale del ragionamento di Pennacchi che ci sentiamo di condividere appieno, ovvero che ogni storia andrebbe presa e approfondita prima di emettere un giudizio figlio della coscienza civile e dei rapporti di forza del momento. Le cose spesso semplicemente non sono come vengono raccontate e Pennacchi ha avuto il merito di essere stato il primo negli ultimi dieci anni a porre la questione in questi termini:  E se tu hai tutto il diritto di fare revisionismo storico sul fascismo o sulla Dc, hai però il dovere di applicare le stesse categorie e lo stesso beneficio d’inventario pure sullo stalinismo. Ergo: se ti presenti con il calumet in mano e dici: «Venite qua, sediamoci intorno al tavolo e vediamo di costruire assieme il futuro», è un paio di maniche. Ma se tu ti presenti dicendo: «Viva noi» – intendendo con quel noi gli squilibri del capitalismo e delle tue presunte democrazie, costruite sulle spalle degli uomini e dei popoli più deboli – io non posso che risponderti: «Viva Stalin»“. Frasi rivoluzionarie in questo mondo dove l’interpretazione della storia cala dall’alto e viene utilizzata per creare un mito fondativo e dei nemici che servono per rafforzare il sistema vigente proprio come in ogni dittatura ha bisogno di nemici esterni per compattarsi.

Ma mentre per quanto riguarda il nazismo, e aggiungiamo noi l’imperialismo, conosciamo i danni commessi e le stragi perpetrate, vi sembrerà strano ma per il comunismo non è così’ netto e facile stilare numeri. Per anni si sono diffusi numeri del tutto incredibili ma che sono, altrettanto incredibilmente, stati presi per buoni da libri di storia, intellettuali e storici di maniera. Impossibile non citare ancora Pennacchi: “Innanzitutto un minimo di giudizio storico non può non basarsi che su dati certi, verificati e verificabili. Qua invece ci stanno solo numeri al lotto. Quanti siano con precisione i morti presuntamente causati dai gulag e da Stalin, non lo sa nemmeno Vanna Marchi. Tutti dicono «milioni», indefinito, ma un numero e un elenco preciso non c’è. Beato chi lo trova. […]”. Pennacchi è uno dei pochi ad avere avuto l’onestà intellettuale di riconoscere che nel calderone dei milioni di morti attribuiti al malvagio Stalin sono stati inseriti anche tutti coloro che sono stati trasferiti, inclusi i sei milioni di kulaki, dall’Ucraina e dal Volga verso la Siberia. Certo si può opinare che trasferire le persone dal punto A al punto B sia sbagliato secondo la nostra coscienza civile di cui abbiamo già parlato, ma sostenere che siano tutti morti è semplicemente una bugia.E a quanti sostengono che non è tanto importante se siano morti subito o dopo a causa della deportazione Pennacchi risponde ancora una volta in un modo impossibile da non citare: “Allora pure mia madre l’ha ammazzata Mussolini. È morta dieci anni fa, però è come se l’avesse ammazzata Mussolini, perché lei era del Veneto ma nel ’32 l’hanno «deportata» in Agro Pontino. In fin dei conti è morta qua, mica in Veneto: è colpa del Duce. Ma che ti dice la capoccia? E Agnelli? Ne ha ammazzati pochi allora Agnelli? Pensa ai milioni di siciliani e calabresi che hanno dovuto lasciare il paesello loro per andare a Mirafiori, ma non contare quelli che sono morti proprio in fabbrica – solo in Fulgorcavi ne sono morti sette – sotto le presse o dentro i laminatoi, o giù dalle impalcature dei cantieri. Tu devi contare quelli che sono morti di vecchiaia – in pensione – e anche quelli che moriranno a Torino negli anni a venire. E mica puoi fare due pesi e due misure. Se vale per Stalin deve valere pure per Agnelli, e la Democrazia cristiana (a parte le bombe di Piazza Fontana)“.

Ovviamente si potrebbe facilmente sostenere che la differenza è tutta nel fatto che il capitalismo non obbliga la gente a migrare mentre Stalin li obbligava con la forza. Anche qui, a un primo acchito sembra un concetto vero e giusto, ma approfondendo non c’è forse un collegamento tra il divieto che molti benpensanti vorrebbero imporre ai poveri della terra di migrare in Occidente? In questo caso gli stessi benpensanti che arricciano il naso di fronte alle decisioni statali autoritarie dell’Unione Sovietica rispondono che il paragone non sussiste dal momento che esistono i confini. Ma come, costoro esaltano il senso civico, l’etica e il diritto naturale solo quando fa loro comodo? Cosa conta la convenzione di un confine che nella realtà non esiste di fronte alla vita di migliaia di migranti che vengono respinti e condannati quindi indirettamente a qualcosa forse di persino peggiore dei Gulag? ”

Ma il vero nodo che Pennacchi ha il merito di cogliere è quello della natura del potere sovietico. L’Urss era uno Stato con i suoi confini esattamente come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, e se in questi ultimi due stati la proprietà privata era sacra, in Urss lo Stato era contrario. Siete d’accordo? Non lo siete? non importa, erano queste le leggi dell’Unione Sovietica che era fondato esattamente su questo principio così come l’Occidente si basa sulla sua negazione. Pennacchi ancora una volta pone il problema in un modo impareggiabile: “Uno Stato non ha il diritto di darsi le leggi che gli pare? C’è chi permette l’aborto e chi lo vieta, chi fabbrica e spaccia alcool e chi invece lo bandisce; gli Usa, fino a tutti gli anni Venti, mettevano in galera i trafficanti d’alcool – l’Arabia Saudita ancora oggi – e un certo giorno, all’improvviso, lo hanno reso legale. Chi gli ha detto niente? Era nel loro pieno diritto. E nel mio pieno diritto era essere contro la proprietà privata, perché io ero lo Stato degli operai e dei contadini, degli sfruttati cioè che s’erano stufati d’essere sfruttati. Dice: «Ma questo ripugna alla mia coscienza democratica e civile». Alla tua, non alla loro (e se è per questo neanche alla mia). La coscienza civile dell’Urss era un’altra, ed era che tutto era di tutti“.

Infine una lezione di storia, ma di quella vera. I famosi kulaki avevano conservato la proprietà delle loro terre per tutto il corso della Nep, ovvero dal 1921 al 1928. Poi successe qualcosa, ovvero che dovevano consegnare il grano all’ammasso. Anche qui in molti diranno che non è giusto che uno Stato obblighi i suoi cittadini a consegnare le proprie merci all’ammasso, eppure la stessa identica misura è stata adottata anche da paesi occidentali, ad esempio dall’Italia sia fascista che democratica, ma in questo caso nessuno si sente di ricordare tale avvenimento come negativo. I kulaki però, e anche questo è un fatto storico, nascosero grandi quantità di grano per speculare sul prezzo e praticare aggiottaggio aspettando che salissero i prezzi e affamando la città. “C’era la carestia – e intanto ai confini, e pure dentro, imperversavano le Guardie Bianche, le armate di Kornilov e di Denikin, le forze della controrivoluzione pagate dalle potenze capitalistiche – e la gente nelle città moriva di fame (sono questi forse i 6 milioni di morti che dice Rumiz, ma affamati dai kulaki quindi, non da Stalin)“, ricorda ancora l’ottimo e preciso Pennacchi. Di conseguenza il Cremlino aveva tutto il diritto di difendersi e far valere le proprie leggi, lo stesso diritto sbandierato oggi dagli Stati Uniti in tutto il mondo.

Per ultimo Pennacchi ha smontato anche l’accusa primaria del fatto che in Urss si stesse e si vivesse male. Anche qui occorrerebbe ricordare ai fortunati occidentali come chi vi scrive che la fame esisteva anche prima del comunismo e uccideva milioni di persone. Anzi è proprio la fame ad aver creato la scintilla per il comunismo, una fame talmente atavica che senza capire la quale non si capirà mai nemmeno la storia, il contesto, e quindi l’Urss. Da qui l’Unione Sovietica è arrivata, e anche questo è un fatto, a sconfiggere il nazismo di Hitler e a mandare il primo uomo nello spazio. Poco a fronte delle sofferenze impartite al suo popolo? Anche qui difficile rispondere dal momento che Pennacchi nel suo articolo ricorda che nell’Italia coeva all’Urss c’erano simili condizioni di vita negli anni Trenta con famiglie intere ammassate in monolocali e capanne e condizioni di vita terribili nelle zone rurali sia del Sud che del Nord dell’Italia. “Pure mio padre nelle Paludi Pontine – dove la gente viveva nelle lestre, capanne di legno, di canne ed arbusti – ha mangiato per anni una sola volta al giorno. E qualche volta nemmeno. Figurati in Russia. Dice: «Ma là faceva freddo». Compa’, l’inverno scorso a Latina è morto un extracomunitario, non si sa se rumeno, polacco o ucraino pure lui. È morto di freddo, assiderato. Lo hanno trovato la mattina in mezzo al parco, tra i cartoni. Ma mica dico che lo ha ammazzato Berlusconi, o il sindaco Zaccheo“.

Gracchus Babeuf

VAI SULLA PAGINA FB DEL TRIBUNO

 

Link Sponsorizzati:

Commenti chiusi.

Link Sponsorizzati:
Scroll To Top