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sabato , 27 maggio 2017
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USA, India, Italia. Tre declinazioni della parola energia

Gas, nucleare, combustibili fossili tradizionali. Mentre i giganti mondiali puntano all’autosufficienza energetica o alla sperimentazione, in Italia si dibatte ancora su carbone sardo e petrolio lucano.

Fonte: Oltremedianews.com

La notizia della realistica autosufficienza energetica degli Stati Uniti nel prossimo decennio, non certo grazie alle energie alternative, impone una riflessione sull’influenza del problema energia sulla politica interna ed estera.

Per uno stabile inquilino del club degli “spreconi”, la prospettiva di non dover dipendere dalle importazioni per la produzione di elettricità non è certo un fatto trascurabile. L’utilizzo forse un po’ spregiudicato dello shale gas, ottenuto dall’iniezione sotto terra di acqua ad alta pressione, significa un contemporaneo tracollo del fabbisogno petrolifero statunitense.
Certo, la cautela dell’Europa nell’utilizzare metodi del genere è giustificata dalle ricadute, ancora in fase di studio, che la forsennata trivellazione, iniezione d’acqua e violenta fuoriuscita di gas può avere sull’ambiente. Ma Obama sembra convinto della sicurezza dei gas di scisti e punta forte su di essi per non tradire la sua promessa di un’America sempre più verde.
Solo così si spiega la sua fermezza, senza precedenti, nel punire il disastro ambientale provocato da una petroliera della Bp nel Golfo de Messico. Ben 4,5 miliardi di multa che non vogliono solo fornire una sentenza esemplare, ma anche disincentivare l’intero Paese a investire nel prossimo futuro nell’oro nero.

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Stesso discorso si può fare per la politica estera. Il ritiro dei soldati dall’Iraq, l’atteggiamento morbido nei confronti dell’Iran, il disinteresse nei confronti del Venezuela, tutti Paesi esportatori di petrolio, sono un ribaltamento copernicano della politica messa i atto da George W. Bush. L’immagine stereotipata del petroliere texano senza scrupoli, vestito di bianco e con un cappello da cowboy, che tradizionalmente si affianca alla politica estera americana, è dunque destinata a scomparire?

L’autarchia energetica potrebbe, però, significare anche molto di più. Può essere il decisivo contrattacco americano all’avanzata, tendenzialmente considerata inarrestabile, dei BRICST (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Turchia). La ritrovata competitività americana sta attirando investitori stranieri e attenuando la necessità di delocalizzare, mettendo nel frattempo in difficoltà Paesi e multinazionali alle prese con la produzione e il consumo di elettricità a un costo molto superiore. Il passo successivo sarà, addirittura, l’esportazione di elettricità in quei Paesi.

Ne sa qualcosa l’India che, nonostante sia indicata da molti esperti di politica internazionale come preferibile per investire, rispetto al tachicardico sviluppo della Cina, ha enormi deficienze infrastrutturali ed energetiche. La continua crescita della popolazione non aiuta una pronta risoluzione del problema e il Paese è occasionalmente colpito da blackout.
Le aspirazioni nucleari dell’elefante, non firmatario del Trattato per la Non-proliferazione del Nucleare, sono frustrate dalla misera quantità di uranio sul proprio territorio. Per ovviare al problema, il governo di Nuova Delhi si muove in due direzioni. La prima è l’utilizzo del metodo dei reattori fertilizzanti a neutroni lenti che utilizzano nel loro processo il torio, mischiato a piccole quantità di uranio. La seconda è l’importazione di uranio dall’estero e questo ne condiziona i rapporti internazionali.
L’India, infatti, mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’Iran, divisa tra i suoi doveri di alleato anti-ayatollah dell’America e tra le proprie esigenze energetiche. Ancora più difficile è districarsi nei rapporti con la Cina, ora vista come “compagno d’avventura” nella conquista del ruolo di super-potenza, ora rivale con cui misurarsi. Specialmente nella conquista di zone d’influenza in Africa.

In questo contesto internazionale, fa specie vedere l’Italia ancora ancorata al carbone. Il dilemma tra mantenere posti di lavoro e chiudere impianti obsoleti e, in goni caso, non competitivi con quelli dei Paesi in via di sviluppo, nasce dall’assenza di una vera strategia energetica da parte degli ultimi governi. La sensazione è che il peso delle multinazionali dei combustibili fossili, morenti ma decise a tutti i costi a non aggiornarsi, abbia ancora un grosso peso sulla nostra politica. La scoperta di grossi giacimenti di petrolio in Basilicata ha scatenato l’ennesima accusa di saccheggio di risorse da parte delle compagnie petrolifere venete. Ma anche la folkloristica proposta, da parte di alcuni abitanti della Campania meridionale, di fondersi con la Basilicata e creare la Grande Lucania. Superare i campanilismi, uno dei tanti effetti della febbre da oro nero.

 Francesco Moscarella

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  1. Quella saltata nel golfo del Messico era una piattaforma di perforazione chiamata “Deepwater Horizon”, e non una petroliera….

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