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domenica , 28 maggio 2017
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Vanille

Vanille

Vanille diceva che la gente era strana e perciò tutta bella e colorata. Pure la gente che crede di essere migliore perché ha quattro soldi in tasca e può permettersi il sushi anziché il pane di tre giorni, quasi tarlato, che pure alle cimici fa schifo. Eppure è bella lo stesso la gentaglia, perché fa tenerezza, racchiusa nella sua corazza illusoria che gli fa credere di essere più forte. Ma ficcatevi bene in testa che essere forti non serve a nulla perché la morte spetta a tutti, quindi anche il concetto di supremazia sarà un’idiozia come la morale.

Un’etichetta squalliduccia e lecita come un’altra per rimanere a galla. Vanille diceva: “io non mi innamoro degli uomini ma delle situazioni che li contengono. La molecola dell’amore è una droga, è dopamina che mantiene euforicamente ed egoisticamente pure ella a galla, perché le sensazioni ci sono state concesse sia per peccato che per liberazione. io sono Vanille e le mie parole non scorreranno facilmente per gli occhi di tutti. In me la depravazione ha il gusto della normalità perché a lungo andare l’abitudine acquieta pure Satana. Io sono Vanille e mi devo riempire di senso di disgusto e degrado affinché l’adrenalina mi sferzi e mi solleciti l’ispirazione d’inchiostro cui devo se non una consistenza o un senso, almeno un suono e una forma. Io sono Vanille e so perché le stagioni in inferno di Rimbaud erano tutto fuorché comprensibili. Il simbolismo non è chiarezza ma evocazione.

Mi ricordo quando la passione mi bruciava dentro e il tono della voce si alterava per accogliere attenzioni che arrivavano ad occhiate oblique e furtive, era tutto un fuoco. Lo so che gli uomini senza passione non hanno carburante, ma c’è qualcosa di più importante di Paolo e Francesca ed è la vita degli altri, forse questo lo capisci quando hai già nuociuto, almeno una volta. Se nessuno nuoce, nessuno impara. Ma non vi vergognate d’aver fatto della Letteratura commercio dozzinale di stereotipi e luoghi comuni?

Ma non vi vergognate di far pagare col sangue gli autori che vogliono dire al mondo? Dovreste leccargli i piedi. Voi imputtanite la loro arte. Voi rendete la scrittura moneta, ed è come se vendeste vostra madre al mattatoio, carne vecchia! l’arte carne vecchia! la Madre! carne da macello! Mi chiamo Vanille, e di me amo far conoscere i lati più idioti e futili, più maschili addosso a una femminilità troppo ostentata e strafottente come un ossimoro iperbolico. Quando riprovai la passione del peccato m’accorsi di essere viva, perché c’è qualcuno che nasce per profanare i limiti, per ubriacarsi del proprio sporco ed egoista autolesionismo, per crogiolarsi nel vittimistico compiacimento del dannato, e allora ecco che il peggio di me esce fuori, perché l’ansia del giudizio altrui mi deve macerare le cervella finché la tachicardia s’impossessa e secondo un astruso meccanismo consequenziale il dislivello vitale mi conduce alla scrittura che sarei io.

Nel vostro ipocrita mondo di mascherine io sono priva di collocazione. Mi ricordo come degli sguardi potevano inghiottirti lo stomaco e torcerlo fino al vomito, fino ad un orgasmo implodente di battiti all’impazzata per il gusto di lacerare un patto, di deglutire una lingua intoccabile e calda. Mi chiamo Vanille e scrivo riproducendomi non al tepore di un camino e neppure a lume di candela, ma di una stufa di merda, perché la tecnologia ha spazzato via ogni senso di nostalgico romanticismo complice con la notte e allora, mi rendo conto, che chi si accontenta non gode ma s’arrende, perché non vuole logicamente spendere tutta la vita a combattere la battaglia persa con l’inevitabile mutamento… mi chiamo Vanille e sono nata dal fumo e da una puttana notte insonne”.

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Chiara Nirta

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