Verso una ricaduta dallo stato "comunità" allo stato "apparato" | Tribuno del PopoloTribuno del Popolo
martedì , 17 gennaio 2017
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Verso una ricaduta dallo stato “comunità” allo stato “apparato”

La confusa rapidità con cui si stanno verificando i veri e propri smottamenti – al coperto della c.d. “globalizzazione economica” – negli ordinamenti sopravvissuti nell’Europa occidentale alla caduta dei regimi del “socialismo reale”, impone una riflessione che sappia cogliere quanto di falso vi sia nel nuovo mito della c.d. “fine dello stato”, propagandato allo scopo di delegittimare la “politica” nello scontro con l’economia internazionale e nazionale.

Tratto da www.Marx21.it

Fotohttp://www.flickr.com/photos/europeancouncil/6388027727/

E quanto di pericoloso avanzi in una deriva della democrazia che si insinua nella sua efficacia dirompente di ogni giorno, per occultare – e comunque rendere accettabile – il dissolvimento della forma di stato succeduta al liberalismo e al fascismo in nome dei principi di “democrazia sociale”: procedendosi, nel contempo, a riesumare le strutture di potere verticiste e burocratiche che tra l’800 e il 900 avevano bloccato l’apertura della società – specialmente nell’Europa continentale – a processi idonei a trasformare nell’interesse delle comunità in nome del popolo, le forme organizzate del potere.

Occorre prendere atto di tale progressiva involuzione, badando a cogliere come dietro ai macroscopici e devastanti fallimenti degli assetti “sovranazionali” in un’Europa che rimane ancora una sola “espressione geografica“, sotto l’incalzare dell’enfasi del primato dell’economia sulla politica nei singoli stati/nazione vengano sistematicamente scosse e dilapidate proprio le strutture economiche divenute incapaci di produrre beni e servizi adeguati: mentre facendo leva sull’irruente crisi del sistema capitalistico le forze politiche vanno perdendo le loro storiche identità, omologandosi all’insegna del “salvare il salvabile” sotto l’incombere di dissolvenze da cui rimane immune quello “stato-apparato” che riemerge come “sovranità burocratica” nella cancellazione giorno dopo giorno di ogni residuo o parvenza della “sovranità popolare”.

Si tratta di un fenomeno dirompente che sta attraversando tutta ‘Europa continentale – e cioè i suoi singoli stati, sebbene in vario modo – facendo tabula rasa di ogni istituto di democrazia a cominciare da quella “rappresentativa”, stante il carattere sempre più evanescente di una democrazia diretta testimoniata negli anni ’60-80 dalle lotte operaie e da altri movimenti sociali, ed oggi sporadicamente riecheggiata dai gruppi, più o meno ampi e discontinui, “protestatari” inermi contro lo sfascio progressivo dello stato sociale e dei territori.

Il “caso italiano”, tuttavia, si presenta con specificità diverse da quelle di Grecia, Spagna, Portogallo, che tanto più reclamano un allarme che va oltre gli ambiti strettamente nazionali, potendosi in Italia legittimamente tentare un estremo baluardo in base alla Costituzione del 1948 che, a differenza di tutte le altre precedenti e successive, ha saputo erigere un’architettura “istituzionale” nettamente coerente con i Principi che – sull’asse delle culture marxiste e cattolico sociali – potrebbero ancora fare della democrazia non un terreno di resistenza marginale, come sporadicamente emerge da esperienze di c.d. “democrazia partecipativa”: a condizione, però, di riqualificare nel contempo la democrazia rappresentativa, resa esangue dalle forze “revisioniste” che hanno mortificato le assemblee elettive in nome di concezioni di governo dall’alto capaci di ridurre a spettacolarizzazione “plebiscitaria” le tenzoni elettorali prive ormai di programmi sociali alternativi, e imponendo obiettivi “gestionali” coerenti con gli interessi articolati del sistema delle imprese private.

Nelle fasi in cui la sovranità popolare aveva dato basi fondamentali allo stato democratico nel contesto di processi dinamici coinvolgenti – tramite i partiti di massa e il pluralismo socio-politico garantito dal metodo elettorale proporzionale integrale – la sequenza dei poteri fra parlamento, governo e capo dello stato, quella che veniva deprecata come instabilità governativa era viceversa testimonianza tangibile di spostamenti di indirizzi politici sul versante di sinistra dell’ampio schieramento di forze impegnate ad attuare principi di democrazia sociale.Erano gli anni – 1948-1978 – nei quali ancora latenti erano le prospettive di assorbimento dello stato democratico nelle spire tentacolari del “mercato comune”, della “Comunità europea” e poi dell’“Unione europea“: tramite un progressivo, inesorabile distacco di capo dello stato e governo dal quadro istituzionale dominato dal parlamento, come sede di travaso delle spinte sociali in lotta con i centri di potere del capitalismo privato e di stato, con l’obiettivo di fagogitare i vertici dello stato nella “cupola” di commissioni e comitati immuni dagli effimeri poteri del c.d. “Paramento europeo”, che altro non è che un agglomerato di spezzoni parlamentari “nazionali” e ciò in spregio dei parlamenti che nella loro integrità di potere sono espropriati dai Trattati stipulati dai vertici dello stato da ogni ruolo coerente con la sovranità popolare, appunto perciò tradita.

Il precipitare sempre più accelerato della scomposizione del nesso parlamento-governo-capo dello stato si è per tal via incancrenito nel passaggio degli anni ’80-’90 fino ai nostri giorni, producendo guasti che hanno sfigurato il modello di forma di governo parlamentare della Repubblica fondata sul lavoro, sì da ottenere che il lavoro sia sostituito dal mercato, con il protagonismo incontrollabile di vertici – presidente della repubblica e presidente del consiglio – resisi disponibili ad alterare contemporaneamente la “forma dello stato” di democrazia sociale e la “forma di governo” parlamentare. Operazione, quest’ultima, che non si è potuta tradurre ancora nella formale revisione costituzionale ad onta dei tentativi ancora in corso, nel segno del “semipresidenzialismo”, ma che frattanto ha dato luogo ad uno snaturamento incontrollabile dei rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo, per effetto dell’abbandono del pluralismo di una democrazia manipolata dal c.d. “bipolarismo” a sua volta stentatamente operante nelle vesti omologhe del centrodestra Berlusconi-Bossi, e delle varianti di centrosinsitra.L’operazione ha percorso gli anni 1993-2012, con ritmi vari e sempre più debordanti verso un marasma sfuggente ormai ad ogni tentativo di qualificazione, sino al punto di coinvolgere nello smottamento generale persino il ruolo del capo dello stato, trascinato ad ogni piè sospinto verso comportamenti che non collimano più con il quadro costituzionale, con conseguenze incalcolabili nella temperie d’ogni giorno, impregnata dal prevalere dello stato come soggetto extranazionale “burocratico” sullo stato che nazionalmente vede deperire ogni sua natura di democrazia rappresentativa della società.

La questione così gravida di implicazioni va sollevata e in sede politica e in sede culturale, al punto in cui si è arrivati dopo gli interventi a vario titolo criticabili dei Presidenti Cossiga e Scalfaro con riflessi particolarmente a carico dei governi Ciampi e Dini, come esito del passaggio al metodo elettorale pronunciatamente “maggioritario”, respinto nel 1953: ed è in questi giorni il più netto travisamento della forma di governo parlamentare consumato dopo la decapitazione del parlamento nazionale in sede “comunitaria”, addirittura anticipando senza autorizzazione l’impegno a stravolgere lo stato sociale nei principi di bilancio che ne garantivano la sia pure contraddittoria disciplina interna.Quel che va denunciato, quindi, nonostante la tendenza equivoca a ritenere che le norme costituzionali come “norme scritte” subiscono nel tempo trasformazioni dovute ai condizionamenti dei rapporti politici, è che un “modello” come quello introdotto nella “carta del 1948″ ha innovato nel segno della “centralità del parlamento” in termini tali da on ammettere capziose alterazioni volte a cancellare drasticamente il nesso tra società pluralista e ruolo dei poteri dello stato, sino al punto di ripristinare distortamente quel ruolo del capo dello stato atto a riecheggiare il vecchio “dualismo”, tipico dei sistemi di governo monarchici, che poneva il governo in balia del re e di un parlamento “trasformista”.All’Assemblea Costituente, con il contributo qualificante dei comunisti, è stata infatti respinta ogni concezione “ambigua” di un capo dello stato che – nel segno della “neutralità” o della funzione “arbitrale di garanzia” – ne accompagnasse lo slittamento verso funzioni di indirizzo politico che presuppongono nel presidente della Repubblica l’assunzione della figura di “capo del potere esecutivo”, incompatibile quindi con uno stato-società in cui ogni apparato deve agire compatibilmente con il regime di sovranità popolare.

Non va quindi dimenticato l’uso deviante che una dottrina corriva fa della ben nota teoria del “custode della costituzione” risalente al reazionario C. Schmitt, contrapponendo artificiosamente aspetti “funzionali-sostanziali” a norme vigenti come “strutturali-formali”: per arrivare proprio in questi giorni ad ammettere la legittimità della nomina da parte del Presidente Napolitano del governo Monti (esecutivo “di mandato”, o “del Presidente“, o “di emergenza nazionale”), sul presupposto che la implicita sospensione delle norme sulla formazione del governo resti giustificata dall’emanazione di una legge di revisione costituzionale “finanziaria” a sua volta incostituzionale: ma – ecco il paradosso più profondamente arbitrario – questa volta in base “alla fiducia dei mercati” dotati di una forza di legittimazione “sostanziale”, contraria a quella “formale” sul voto di fiducia parlamentare dovuto alla confluenza di gruppi parlamentari tra loro contrapposti salvo che sul “vulnus” alla Costituzione incardinato sulla c.d. “moral suasion” del Capo dello Stato, vertice di uno stato al culmine di un complesso processo di “verticalizzazione burocratica”.

Salvatore D’Albergo

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