Voci dalla Turchia. Una colpevole innocenzaTribuno del Popolo
venerdì , 15 dicembre 2017
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Voci dalla Turchia. Una colpevole innocenza

La protesta per le strade di Istanbul vista con gli occhi diretti di un nostro connazionale. Voci, sguardi ed impressioni di un testimone diretto della violenza incontrata dai manifestanti. In piazza non solo i giovani, non solo i partiti o i sindacati. In piazza c’è un popolo, cui dare voce, da raccontare.

Fonte: Oltremedianews 

Qualche giorno fa, a Istanbul, era una bella giornata di sole. L’ideale, per perdere i residui dell’innocenza primaverile. Il meglio, per passeggiare per le tortuose vie del centro. E così non mi sono fatto pregare – come si dice “da noi” – e, imbucata la metro, mi sono diretto a Taksim: il cuore della città. Insomma, proprio cuore no. Un ventricolo semmai. Poiché Istanbul è una città un po’ strana che non ha un vero centro e dove le strade girando su se stesse non portano sempre al punto di partenza.

Uscendo dalla metro mi accorsi che il parco di Gezi, un piccolo spazio verde a lato della grande piazza principale, era stato invaso da tende abusive. Ma cosa ci facevano “‘sti barboni” proprio nel cuore (nel ventricolo) della città? Disturbato da questa sozzura che rovinava la mia innocenza primaverile, mi avvicinai con fare minaccioso a un essere che albergava nei pressi di un albero pericolante. A un albero pericolante, ho scritto. Già, a un albero pericolante. Ma una volta non ce ne erano a decine di alberi, qui? E mica erano pericolanti, stavano su da soli.

La forza d’inerzia innescata dal passo, comunque, portò a sbattere la mia innocenza contro la colpevolezza di quell’essere che, come dicevo, deturpava il paesaggio. E così finii a terra, sbattendo la testa. Forse sarà stata la botta… ma da quella prospettiva il parco, aveva tutto un altro aspetto. Che cos’erano tutte quelle ruspe, quei sacchi e quel cemento?L’uomo, a terra anche lui, mi disse che da lì a poco avrebbero costruito un centro commerciale. Un centro commerciale più moschea, per la precisione. Devo dire che la mia innocenza laica di agnostico ne rimase profondamente turbata. Per non dire di quella del cd. barbone, che aveva la barba sì ma era un attivista; lui, insieme ad altri, stava nella tenda già da qualche giorno protestando contro l’abbattimento degli alberi nel parco. Ma com’era possibile? I media non dicevano nulla. “E che devono dire?”, mi disse l’attivista. La seguente passeggiata nelle vie tortuose di Taksim si rivelò una spina nel fianco per la mia innocenza che si era scordata prima di me e poi della primavera.

A casa cominciai a cercare notizie sui principali siti di informazione. Niente. Nisba. Nix. E allora provai la risorsa ultima: mi abbandonai ai fuochi fatui del social network. Poco o niente. Il giorno dopo tornai al sit-in, la mia innocenza ne voleva sapere di più o, se volete, l’assassino torna sempre sul posto del delitto.  La tenda del mio “amico”, come quella delle altre, non c’era più; al loro posto, un “piccolo comitato d’accoglienza” organizzato dalla polizia municipale. Fuori dal parco gliattivisti innaffiati dalla testa ai piedi per opera della polizia. Decisi a questo punto di interloquire con un poliziotto sulle usanze locali. Non fu una buona idea. Perché a circa venti passi il poliziotto decise di scegliermi come bersaglio. Tornai così a casa bagnato, dalla piazza le prime notizie dei feriti: un deputato colpito a una gamba e un artista alla testa.

La tensione stava salendo, le prime notizie cominciavano a filtrare, nonostante il silenzio dei media ufficiali (che ancora continura). Si diffondeva pian piano la voce di una manifestazione non autorizzata organizzata per la serata in pieno centro, una scusa per tornare a sui luoghi della protesta. E così ieri sera mi sono ritrovato a Taksim. La piazza non era facilmente raggiungibile, la fermata della metro era chiusa. I bus che portavano lì erano fermi. La piazza era stata transennata. Le strade erano bloccate. I poliziotti che il giorno prima c’avevano innaffiato, ora cospargevano l’aria di Gas al peperoncino, tanto per gradire. Portare gli occhialini da nuoto si è rivelata sin da subito una buona idea così potevo nuotare nel marasma di quest’attacco, che la polizia ha naturalmente compiuto in grande stile.

Alla fine dopo tanta paura ce l’ho fatta. Ho portato presto la mia innocenza (e le palle) fuori dal cuore della manifestazione, ma non mi sento un codardo. Sono a posto persino con la mia innocenza, poiché penso di averla persa da qualche parte. In qualche strada. Sotto qualche carica. In un getto d’acqua come in un gas Orange. No, non è l’Olanda e nemmeno il tempo dei tulipani. Non scrivete cazzate come “sono tornati i giovani turchi”. Non siamo solo giovani, non siamo solo turchi. Siamo un popolo in lotta. Punto.

Ora è il tempo di agire e di scrivere. Affinché la mia testimonianza non si perda nella marea delle notizie non date. Affinché il coraggio di quel “barbone” non sia stato vano. Affinché la lotta di questo popolo abbia una voce. Perché ieri, signore e signori, in Turchia si è cominciata a scrivere una nuova pagina di storia, ma sta a voi leggerla o meno, oggi.
È morto un albero, è nata una nazione. 

 Luca Tincalla

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