Welfare State? Yes, we couldTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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Welfare State? Yes, we could

Il magazine inglese “The Prospect” ha recentemente pubblicato alcuni studi sulla sostenibilità dello Stato sociale e sull’apprezzamento espresso dai cittadini per questo modello di economia. Il paradosso messo in luce dal mensile britannico è che Il welfare state, pur essendo ampiamente applicabile, è guardato con molta dubbiosità da molti cittadini, soprattutto i giovani. L’ondata di neoliberismo del XXI rischia di depauperare alla radice la cultura sociale e filantropica da cui nasce l’Europa.

Fonte: Oltremedianews

Welfare state is not for people like us”, titolava qualche giorno fa il mensile progressista britannico. E in effetti le statistiche raccolte prima degli anni 80, anni in cui il welfare state inglese ancora non era stato compromesso da Margaret Thatcher, mostrano che un inglese su tre rimproverava l’eccessiva generosità dello stato sociale, considerato paternalista e anti-efficientista. In particolare gli intervistati si dicevano convinti che il sostentamento elargito ai disoccupati fosse talmente alto da scoraggiarli dal cercare lavoro. Dopo la crisi del 2007 questa percentuale è passata dal 30% al 20%, segno che forse uno stato assistenzialista è migliore di uno liberista.La critica mossa al modello sociale, che dovrebbe essere la pietra miliare dell’Europa e che si trova a fondamento dell’UE, è storicamente quella di cullare i cittadini e non invogliarli a camminare da soli. Questa visione, secondo la Joseph Rowntree Foundation, è abbracciata soprattutto da chi è nato dal 1980 in poi. I trentenni e i ventenni britannici, figli della cultura liberista dominante, credono che lo stato non dovrebbe elargire alcuna forma di sussidio ai poveri se questo si dovesse tradurre in un aumento delle tasse e, inoltre, disconoscono il Welfare State come uno dei massimi meriti dell’Inghilterra. In particolare l’analisi del Prospect Magazine mira a comprendere i motivi di tali avversità nei confronti di questo modello economico e la loro tesi è che l’origine di questi giudizi derivi da una triplice errata rappresentazione dello Stato Sociale.

In primis lo Stato sociale non terrebbe conto di criteri adeguati nel discernere i bisognosi da chi non lo è, in secundissarebbe troppo lontano dalla concretezza quotidiana e in terza istanza peccherebbe di paternalismo. Un’economia del genere sarebbe infine, secondo l’opinione comune, anche incapace di affrontare in modo risolutivo i problemi della cittadinanza. Opinioni del genere derivano, secondo gli studi del magazine, dal fatto che la maggioranza delle persone dà giudizi semplicemente in base a ciò che gli capita e non secondo una comprensione induttiva e generale dei fenomeni. For many people, the benefits system has become more for people like “them” than for people like “us” (per molti, lo stato sociale è diventato più roba per “loro” che per “noi”), chiosa il mensile britannico che collega la sfiducia nello stato sociale alla sua lontananza dalla concretezza più estrema della quotidianità.

Ma le cose stanno effettivamente così oppure l’immagine pittorica di uno stato paternalista fa comodo alle elites finanziarie? La domanda potrebbe suonare un po’ retorica e infatti lo è.

Sanità, istruzione e pensioni sono le tre pietre miliari del modello economico sociale e i suoi detrattori denunciano che la spesa pubblica in questi tre settori sia insostenibile per l’erario. In realtà gli studi di macroeconomia mostrano chiaramente che, a fronte di uno “shock” positivo di spesa pubblica, il Pil di quel Paese arriva a crescere anche del  3%-4% a fronte dell’inevitabile recessione prescritta dall’austerity. Inoltre il benessere generato dall’aumento netto di ricchezza pro-capite innesca un virtuoso meccanismo di spesa dei singoli cittadini che, se ben regolato, è assolutamente in grado di combattere efficacemente l’inflazione (che sicuramente è un rischio meno grande della recessione tout court attuale). E, sotto tali premesse, l’inevitabile aumento dei costi per il personale pubblico può essere contenuto e regolato tramite meccanismi di incremento della produttività media (obiettivi da raggiungere, efficienza operativa, premi produttività) che ammortizzino e valorizzino tale maggiore esborso. Questa è dunque la ricetta dei laburisti inglesi, che molto assomiglia ad un’opera degna della dialettica hegeliana: la tesi è la necessità del welfare state, l’antitesi consiste nell’inefficienza e nello sperperamento di risorse pubbliche la sintesi dovrebbe essere un welfare state responsabile che sappia imparare dai suoi errori per evitare di riproporli in futuro.

Non a caso i laburisti inglesi, in pieno stile pragmatico anglosassone, non ipotizzano risoluzioni ingegneristiche particolarmente ricercate, ma si rifanno all’impostazione che l’Europa si era data prima degli anni ’80. La lucida analisi del Prospect magazine termina con la constatazione che, qualora si decidesse di perseguire la strada che era stata intrapresa e non se ne dovessero raccogliere i frutti, allora il problema andrebbe al di là della semplice economia e implicherebbe una crisi culturale molto più grave di quella economica.

Fabrizio Leone

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