Wojtyla santo? Santo cielo...Tribuno del Popolo
mercoledì , 24 maggio 2017
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Wojtyla santo? Santo cielo…

Sul pontificato di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, la cui canonizzazione è imminente, si stagliano lunghe ombre. I due papi sono pronti a superare l’esame della storia?

Fonte: Oltremedia

La presenza di papa Francesco in televisione non fa certo notizia: non c’è giorno, infatti, in cui i media dimentichino di celebrarne la virtù o di elogiare la rivoluzionaria portata delle sue affermazioni. Negli ultimi giorni, tuttavia, sono giunte dal Vaticano un paio di notizie di grande rilievo: la pubblicazione dell’enciclica Lumen fidei, della quale Oltremedia si è già occupata, e la prossima santificazione dei papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Questa seconda notizia è particolarmente importante: due papi molto popolari vengono proclamati santi in un momento in cui la Chiesa Romana e il suo pastore devono fronteggiare alcuni gravi scandali (IOR, pedofilia, Vatileaks) che negli ultimi tempi hanno creato non poche difficoltà al predecessore di papa Francesco, l’attuale papa emerito Benedetto XVI. Per la Chiesa Cattolica, il santo “è colui che sull’esempio di Gesù Cristo, animato dall’amore, vive e muore in grazia di Dio; in senso particolare è colui che in vita si è distinto per l’esercizio delle virtù cristiane in forma eroica” [1]. Le reazioni entusiastiche delle folle non si sono fatte attendere; eppure un’analisi non agiografica del pontificato dei due futuri santi ci fornisce un ritratto assai diverso da quello che spesso i media mostrano al grande pubblico.

Angelo Roncalli fu eletto papa in tarda età (nel 1958, quando salì sul soglio petrino, aveva già compiuto 77 anni), ed era da tutti considerato come un papa di compromesso, di “centro”. Prima di diventare papa era stato un prelato molto conciliante col fascismo, come lo era stata, d’altronde, la Chiesa tutta. Quando l’Italia entrò in guerra, le sue parole non furono certo di condanna per gli orrori bellici: egli si limitò ad affermare che i soldati e i politici dovevano fare il loro lavoro (“si deve soffrire, tacere, e ognuno deve fare il proprio dovere”) [2]. Tuttavia, c’è soprattutto un aspetto del pontificato di Giovanni XXIII che credo sia ingiustamente trascurato nelle agiografie e che invece merita di essere valutato con serena lucidità, specialmente in tempi come questi: la sua politica nei confronti degli abusi dei preti sui minori. Nel 1962, infatti, il cardinale Ottaviani redasse un documento, approvato da Giovanni XXIII [3], comunemente chiamato Crimen sollicitationis, noto anche nella traduzione inglese intitolata “Instruction of the Supreme Sacred Congregation of the Holy Office addressed to all Patriarchs, Archbishops, Bishops and other local ordinaries ‘also of the oriental rite’ on the manner of proceeding in causes of solicitation” [4]. Il documento, la cui prima edizione risale addirittura a Pio XI, indica con dovizia di particolari la procedura da seguire nel caso in cui un prelato sia accusato di aver compiuto atti sessuali con un penitente (ovvero un fedele che riceve il sacramento della confessione), un bambino (di entrambi i sessi) o un animale. “Il succo è che il religioso incriminato deve essere processato in segreto da funzionari della chiesa locale (o, in alcuni casi, dal Sant’Uffizio Vaticano). Le autorità secolari non vanno informate e tutti i documenti devono essere murati nell’”archivio segreto” della diocesi” [5]. Chiunque venga a conoscenza dei fatti e partecipi al processo deve mantenere il più assoluto riserbo sull’accaduto, e per nessun motivo può divulgare i fatti di cui è venuto a conoscenza, pena la scomunicalatae sententiae [6]. Il documento rimase in vigore sino al 2001, quando l’allora cardinale Ratzinger fu incaricato di redigere un nuovo documento, il De delictis gravioribus, che soppiantasse il Crimen sollicitationis (e che, in sostanza, cambiò ben poco rispetto a ciò che era stato stabilito durante il pontificato di papa Roncalli). Ora, in un periodo come questo, nel quale la Chiesa è stata letteralmente travolta dai numerosi scandali legati agli abusi dei prelati sui minori, non credo che si possa definire un papa come Giovanni XXIII, artefice della politica dell’insabbiamento, come un campione delle virtù cristiane.

Giovanni Paolo II è forse il papa più popolare della storia, il pontefice globetrotter, il papa dei giovani e chi più ne ha più ne metta. Nello stesso momento in cui esalava l’ultimo respiro, i papaboys lo proclamavano “santo subito” a reti unificate; e la Chiesa non ha perso tempo, bruciando tutte le tappe e violando tutte le regole in materia di canonizzazione, per arrivare alla sua santificazione dopo soli 8 anni dalla sua morte. Eppure la sua carriera come pontefice e la sua vita non sono prive di ombre, che spesso i media evitano di menzionare e che pesano in modo decisivo nella valutazione del suo pontificato.

Karol Wojtyla è stato spesso considerato un papa “progressista”, ma non si capisce bene in base a quali informazioni si affermi ciò. Egli è piuttosto sembrato un pontefice che ha superato la concezione conciliarista della Chiesa, quale era venuta affermandosi durante il concilio Vaticano II, riaffermando il primato del papa e della Chiesa di Roma. Le sue posizioni sul sacerdozio femminile, sul celibato dei preti, sull’omosessualità, sull’aborto, persino sulla masturbazione e la pornografia e, ovviamente, quelle sul divorzio sono state quelle di un conservatore che rifiuta ogni apertura sui temi caldi dei secoli XX e XXI. Nei primi anni ’90 egli affidò all’allora cardinale Ratzinger il compito di redigere un Catechismo(che poi approvò con la lettera apostolica Laetamur magnopere), in cui fossero raccolti gli insegnamenti della Chiesa, la cui consultazione è per molti versi illuminante per chi voglia valutare le posizioni di Giovanni Paolo II sui temi di cui abbiamo parlato poco fa [7]. Ad esempio, l’aborto viene definito come un atto immorale (§ 2271), così come l’eutanasia (§ 2276). Interessante è il § 2280: “Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel’ha donata. Egli ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza e a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo amministratori, non proprietari della vita che Dio ci ha affidato. Non ne disponiamo”. Insomma, si afferma senza troppe remore che anche alla fine del XX secolo ciascuno di noi non è padrone della propria esistenza: non esattamente quello che ci si aspetterebbe da un papa progressista. Le posizioni sulla sessualità sono ancor più estreme: il piacere sessuale fine a se stesso è definito “moralmente disordinato” (§ 2351), la masturbazione è considerata come un atto “intrinsecamente e gravemente disordinato” (§ 2352), il sesso al di fuori del matrimonio è addirittura contrario alla dignità umana (§ 2353) e la pornografia è una grave colpa sia per l’attore sia per lo spettatore, tanto che “le autorità civili devono impedire la produzione e la diffusione di materiali pornografici” (§ 2354). Il culmine è raggiunto quando si arriva a parlare di omosessualità. Gli atti omosessuali sono definiti contrari alla legge naturale e addirittura “non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati” (§ 2357). Le persone omosessuali, che devono essere trattate con compassione e rispetto, devono insomma rimanere caste se vogliono avvicinarsi alla perfezione cristiana (§ 2358, 2359). Insomma, già da una ridotta antologia di precetti è facile intuire come il magistero di papa Wojtyla contenesse certo molte cose, ma nemmeno un briciolo di progressismo.

Giovanni Paolo II è stato, nel bene e nel male, un papa molto “politico”. Egli viene spesso idolatrato dai giornalisti e dai politici come colui che ha contribuito più d’ogni altro a stroncare il socialismo reale, aiutando la Polonia a liberarsi dal giogo comunista. Va detto che un giudizio del genere, oltre a non considerare l’eventualità che il comunismo e l’anticomunismo possano essere entrambe posizioni politiche legittime, non tiene neanche conto di alcuni fatti piuttosto importanti. Credo sia noto a tutti che Solidarność, il movimento sindacale e politico che contribuì a far cadere il regime comunista polacco, ricevette dei finanziamenti per intercessione di Karol Wojtyla [8].
Quello che è meno noto – e non solo al grande pubblico ma anche, in certi casi, agli storici e ai magistrati – è che questi fondi con ogni probabilità erano costituiti da denaro sporco, proveniente da Cosa Nostra (di cui Pippo Calò era il “cassiere” mentre Giovanni Paolo II lottava contro il socialismo) e dalla Banda della MaglianaRoberto Calvi, il celebre banchiere che fu trovato impiccato al ponte dei Frati Neri di Londra, era l’intermediario tra il Vaticano e le organizzazioni criminali che fornirono il denaro. In questa vicenda non si può non citare il famoso arcivescovo Paul Marcinkus (passato alla storia come cardinale pur non essendolo mai stato), che fu nominato da Wojtyla pro-presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano (in poche parole una sorta di primo ministro o di governatore del Vaticano) e che fu coinvolto in numerosi scandali, fra cui il crack del Banco Ambrosiano (di cui Roberto Calvi era presidente) – per il quale riuscì a evitare l’arresto solo grazie al passaporto vaticano – e, secondo alcune ricostruzioni storiche, la morte di Giovanni Paolo I.

 

 Insomma, non a caso lo IOR è divenuto famoso (o famigerato) durante il papato di Giovanni Paolo II: uomini come Marcinkus ebbero carta bianca per i loro loschi traffici, e Wojtyla stesso non esitò di fronte a nulla pur di affossare il socialismo e l’Unione Sovietica. L’odio per il socialismo spinse Giovanni Paolo II a compiere scelte decisamente impopolari: è difficile dimenticare il legame che univa il pontefice polacco al sanguinario dittatore Augusto Pinochet, che per quindici anni massacrò i suoi oppositori dopo aver deposto con un golpe il presidente legittimo del Cile, il socialista Salvador Allende. Nel 1987, recatosi in visita in Cile, Wojtyla abbracciò pubblicamente Pinochet affacciandosi con lui dal balcone del suo palazzo, e nel 1993 gli impartì una speciale benedizione apostolica per le sue nozze d’oro. Molte polemiche suscitarono anche altre azioni pubbliche di Giovanni Paolo II, quali la nomina a cardinale di Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina durante la dittatura di Videla accusato di connivenze con il regime, e la canonizzazione del fondatore dell’Opus Dei, Josemaría Escrivá de Balaguer, vicino alla dittatura di Franco ed estremista religioso.

Giovanni Paolo II ha sostenuto in modo piuttosto attivo la religiosità popolare, arrivando a dare sostegno a fenomeni che trascendono la fede stessa e scadono nella superstizione. In modo particolare, non conosco altri pontefici che abbiano dato maggior rilievo di Giovanni Paolo II ai miracoli e alle visioni. Il caso di Padre Pio è evidente: negli anni ’30 la Chiesa inviava padre Agostino Gemelli ad indagare sul frate di Pietrelcina (e il suo giudizio era chiaro: Padre Pio era a suo dire uno “psicopatico ignorante” che sfruttava la credulità popolare), mentre neanche un secolo dopo quella stessa Chiesa, guidata da Karol Wojtyla, lo ha canonizzato e ha creato un formidabile business intorno alla figura del santo. Altri fenomeni, quali le presunte apparizioni della Madonna a Fatima, a Lourdes e a Medjugorje, hanno goduto di grande visibilità nell’ultimo quarto di secolo anche grazie alle cure di papa Wojtyla.

Ciò che credo sia di grande rilievo è che molti degli argomenti che abbiamo appena ricordato sono gli stessi che venivano impiegati dalle voci critiche della Chiesa, che spesso sono state messe a tacere: il nome di Hans Küng è il più celebre, ma spicca in modo particolare la testimonianza resa da Giovanni Franzoni nel 2007, quando fu chiamato a testimoniare durante il processo per la beatificazione di Giovanni Paolo II [9]. Come molti altri membri della Chiesa, Franzoni crede che la figura di papa Wojtyla vada lasciata con le sue luci e le sue ombre al giudizio della storia: eppure a questo dissenso non è stata data possibilità alcuna di emergere.

Una breve inchiesta come questa non è la sede più adatta per ripercorrere in modo dettagliato le complesse vicende di due papi molto importanti, quali sono stati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II [10]. Eppure, credo che una qualche conclusione la si possa trarre anche partendo dagli scarni fatti che ci siamo limitati ad elencare. Con Giovanni XXIII la figura del papa è stata umanizzata: si è passati in pochi anni dalla sedia gestatoria di Pio XII alle passeggiate tra la folla e ai gesti simbolici del papa buono. Giovanni Paolo II, che da giovane era un brillante attore teatrale, è stato il campione del papato mediatico, un vero maestro del marketing: aveva sempre la parola giusta e il gesto adatto a far leva sui cuori delle folle. Di quali peccati possano essersi macchiati i due papi prossimi alla santificazione non sembra importare: papa Francesco, che pure è un campione dell’audience e il più degno degli eredi di Wojtyla sotto molti punti di vista, ha bisogno di due figure popolari e carismatiche per rilanciare l’immagine di una Chiesa che, sotto il peso degli scandali, arranca paurosamente al principio del XXI secolo.

Simone Mucci

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