Xi Jinping e il culto della personalitàTribuno del Popolo
venerdì , 20 ottobre 2017
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Xi Jinping e il culto della personalità

“Fare attenzione al culto di Xi”. Con questa frase impegnativa L’Economist ha titolato il numero del 2 Aprile scorso, seguito a ruota da Time Asiae da interventi e commenti su una serie di prestigiosi siti internet. Per l’Italia ci ha pensato il settimanale Internazionale a riportare le argomentazioni de L’Economist ed adottare la stessa impostazione grafica: Xi Jinping che veste i panni di Mao.

La tesi è affascinante: allo scoccare esatto del cinquantesimo anniversario dall’avvio della Rivoluzione Culturale in Cina, ritorna prepotente il culto della personalità. Xi come Mao. E sono tanti a non essere contenti. (1)

Conviene però affrontare con maggiore rigore le tematiche evocate da questa fascinazione. Storicamente infatti questo fenomeno si è sempre caratterizzato per due aspetti essenziali. Il primo è la deificazione del leader e la sovrapposizione di questo con la ragion di Stato. E ciò era possibile solo in società chiuse verso l’esterno e dove gli apparati statali incentivavano la venerazione del capo. Nella Cina moderna sono centinaia di migliaia i giovani che ogni anno vanno all’estero per studiare e la stessa classe dirigente (non solo quella politica) si è formata in Europa o negli Usa. Come si può pensare che un rinascente culto della personalità si affermi in una società così aperta ed attenta all’influenza esterna ed occidentale?

Infatti gli stessi video virali sui social network in cui si celebra Xi sono mutuati da quelli della Casa Bianca,dove Obama duetta con le più famose star hollywoodiane o si pone come esempio di valori familiari. Si tratta di forme di costruzione della leadership, non di culto della personalità. Sebbene faccia impressione trovare statuette di Xi accanto a quelle di Mao e delle guardie rosse nelle bancarelle di Panjiayuan, il famoso mercato dell’antiquariato a Pechino. Ma il culto della personalità (o la sua venerazione) è un’altra cosa. Del resto, chi oggi ha ruoli apicali nell’amministrazione dello Stato ha  vissuto gli anni difficili della Rivoluzione Culturale: come potrebbe mai accettare un salto all’indietro?

Il secondo aspetto è sempre stato quello di stimolare le masse ad esprimere il sostegno nel leader per battere i propri oppositori interni. E questo è il punto principale dell’argomentazione degli articoli apparsi su Economist e Time, che coniugano questo punto con la tesi dell’accentramento assoluto dei poteri, usando la formulazione del famoso sinologo australiano Geremie Barmé, che ha appellato Xi come il “presidente di tutto”.

E qui tocchiamo un nervo scoperto della questione. Innanzi tutto perché, guarda caso, nessuno di questi giornalisti invita a fare attenzione, per esempio, anche all’accentramento dei poteri che avviene in Myanmar sulla figura di Aung San Suu Kyi, assurta invece ad icona mondiale di democrazia. E poi perché questa campagna (e di campagna si tratta, visto il sincronismo degli articoli) ha tra i suoi obiettivi quello di parlare ad un pezzo della società cinese per cercare di incidere sul suo orientamento. Non solo verso coloro che nutrono un’ammirazione sincera per il “modello occidentale”. Come a volerli mettere in guardia circa un superamento della gestione del potere basato sulla collegialità, come affermatosi proprio dopo la Rivoluzione Culturale. Queste importanti testate sanno perfettamente che la Cina non è il Paese totalitario che spesso descrivono, ma una società con un potere complesso e policentrico, che vive una sua peculiare dialettica democratica su cui cercano di esercitare la propria influenza. E questo mette in luce un grande tema: il punto non è se la Cina sia o meno una democrazia (lo è, nelle forme storiche peculiari di questo grande ed antico Paese), ma se l’orientamento politico generale delle sue élites ricade o meno nel solco della strada tracciata dalle potenze occidentali. Joshua Cooper Ramo ha provocatoriamente definito “Beijing consensus” il modello di sviluppo alternativo cinese, contrapposto al “Washington consensus” (John Williamson, 1989) che ha già riscosso grande successo in vaste aree di ciò che un tempo veniva definito il Terzo Mondo.

La sfida per gli apologeti del modello liberal-democratico è quella di evitare che tale modello abbia un effetto di fascinazione anche su una parte delle élite della vecchia Europa. È da questa esigenza che nasce la necessità di una campagna sulla leadership cinese: per mantenere viva la distanza e lo scetticismo in questa parte del mondo. E, contemporaneamente, per spingere un pezzo della società cinese ad una presa di distanza dalla sua classe dirigente. Ecco perché la copertina che sovrappone Xi a Mao esce sull’edizione asiatica del Time, quella cioè letta dalle élite cinesi che acquistano e leggono la stampa straniera.

Questa campagna ha pertanto una vittima eccellente: tutti coloro che hanno voglia di comprendere e farsi carico delle complessità del mondo. La Cina contemporanea è di fronte a molteplici sfide e passaggi delicati. Ed il Presidente cinese si è dato la priorità di una riforma complessiva della politica del suo paese, affrontando temi non può rinviabili (lotta alla corruzione, ruolo internazionale, riforma economica,…) in un quadro di accresciuta difficoltà economica per via della crisi mondiale e dei limiti del proprio modello di sviluppo. Per fare tutto questo, senza che il Partito Comunista perda la sua capacità di influenza ed indirizzo della società, è necessario riformare e ricostruire il patto sociale fondante tra il PCC e le masse. Ecco perché alla lotta senza quartiere contro la corruzione ed all’apertura ulteriore al mercato si accompagna il controllo del Partito sull’esercito o al ritorno di un lavoro sul piano ideologico.

Così come un esperto funambolo sa che per non cadere dalla fune deve sempre equilibrare gli estremi del bilanciere, anche l’attuale leadership cinese è consapevole che le riforme devono accompagnarsi ad azioni e scelte in altri ambiti, pena il rischio di perdere la stabilità. Ciò che appare evidente è che sta cambiando la modalità di partecipazione alla politica della società civile cinese e che il PCC ha come obiettivo quello di rinsaldare i legami con una crescente fascia della popolazione attiva e consapevole. E questa è la condizione indispensabile per aprire una nuova stagione di riforme, caratterizzate dal ritorno della politica (e non più solo dell’economia) al centro della scena.

(1) La tesi non è originale. Già L’Economist due anni fa (cfr.: Xi who mast be obeyed, The Economist, 20 Settembre 2014) e New Statesman l’anno scorso (cfr.: Mini Mao, New Statesman, 19 Giugno 2015) avevano dedicato la copertina a questo tema ma, per la prima volta, la tesi del ritorno del culto della personalità nella Cina moderna riappare in maniera prepotente e coordinata sulla stampa internazionale il mese scorso (cfr.: Beware the cult of Xi, The Economist, 2 Aprile 2016; Chairman Xi, Time Asia, 11 Aprile 2016; Xi Jinping il nuovo imperatore, Internazionale, 11 Aprile 2016).

Francesco Maringiò per Marx21.it

Sull’argomento, rimandiamo all’articolo di Diego Angelo Bertozzi:
http://www.marx21.it/index.php/internazionale/cina/26787-e-il-tempo-delle-lettere-mafiosamente-anonime-anche-per-la-cina

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