Xi Jinping: non faremo la fine dell'UrssTribuno del Popolo
sabato , 27 maggio 2017
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Xi Jinping: non faremo la fine dell’Urss

In un suo recente studio1 dedicato alle lezioni apprese dalla Cina dal collasso dell’Unione Sovietica, Kerry Brown, professore di Politiche cinesi all’università di Sydney, ha evidenziato un fondamentale punto di partenza: “Mentre per chi vive nelle democrazie liberali la caduta dell’Urss è un fatto storico, per la Cina ha importanza e significato ancora molto sentiti”.

Fonte: Marx21.it

E così: la dirigenza comunista della Repubblica popolare cinese impegnata fin dal 1989 nell’analisi e dello studio delle cause che hanno portato alla caduta del primo Paese socialista della storia e delle democrazie popolari dell’Est Europa. Sempre secondo lo studioso australiano “il crollo dell’Unione Sovietica è una lente attraverso la quale analizzare la politica di riforma e apertura della Cina”. Il Partito comunista cinese sarebbe, quindi, da ormai tre decenni impegnato in un continuo “processo di apprendimento” finalizzato ad evitare la fine miseranda del regime sovietico e conservare il ruolo guida del Partito all’interno di un profondo e originale processo di riforma del proprio sistema socialista che ha riportato la Cina al ruolo di primo attore politico ed economico sullo scenario internazionale.

Il 2011, anno del ventennale della fine dell’Urss, ha visto la pubblicazione di numerosi studi e articoli che hanno in parte messo in mostra le opinioni della dirigenza cinese. Senza addentrarci in una analisi di discussioni prevalentemente interne e che solo in parte sono diffuse oltre le mura di Zhongnanhai, il dibattito in corso ha individuato le cause principali della disintegrazione sovietica nel revisionismo che ha caratterizzato la gestione rinnovatrice di Gorbaciov e l’abbandono, nella fretta riformatrice, del patrimonio ideologico del marxismo-leninismo; la sfida portata dagli Stati Uniti per l’egemonia mondiale che ha costretto Mosca a spese eccessive nel comparto industriale e alla sottovalutazione dell’importanza di beni di consumo e di servizi; la stagnazione economica; la progressiva mancanza di sostegno da parte del popolo; l’esplosione, aiutata da eccessive liberalizzazioni politiche di stampo occidentale, dei nazionalismi periferici che ha, inoltre fornito, agli Usa e alle potenze occidentali l’occasione per continue interferenze, e la corruzione dilagante nel Pcus e nei gruppi dirigenti sovietici.

In questo quadro di riflessioni non possono certi stupire le dichiarazioni che, secondo una indiscrezione pervenuta al New York Times, Xi Jinping avrebbe rivolto a porte chiuse ai funzionari di partito durante il suo recente viaggio nella provincia meridionale del Guandong, fiore all’occhiello dello sviluppo economico cinese. In molti – immaginiamo – avrebbero preferito avere tra le mani parole liquidatorie sulla figura e il lascito ideologico di Mao per mostrare, ancora una volta, che la Cina dell’impressionante sviluppo economico non è più un Paese socialista. Per chi pensava ad una immediata sconfessione dei temi usciti dal recente congresso del PCC – che ha confermato la fedeltà a buona parte dell’azione e del lascito ideologico del “Grande Timoniere” – è arrivata una amara sorpresa: il nuovo segretario comunista e prossimo Presidente della Repubblica popolare ha individuato nella mancanza di fedeltà agli ideali la ragione del crollo del Partito comunista sovietico, liquidando senza mezzi termini la figura di Gorbaciov insieme a quelle di tutto il gruppo dirigente: “E’ bastata una semplice parola di Gorbaciov per dichiarare lo scioglimento del Partito comunista sovietico e far scomparire un grande partito. Alla fine non c’è stato nessun uomo vero, nessuno è riuscito a resistere2.

Una sentenza che non è certo nuova. Anzi quella dell’abbandono degli ideali rappresenta una delle letture più diffuse – a torto o a ragione – tra la dirigenza di Pechino per spiegare proprio la fine dell’Urss. Dichiarazioni, quindi, che non devono stupire più di tanto anche perché Xi Jinping, nel suo ruolo di presidente della Scuola centrale del Partito comunista cinese, ha più volte ribadito la necessità di restare fedeli al marxismo-leninismo e ai suoi adattamenti alle condizioni storiche e sociali della Cina: “La purezza del Partito si manifesta ideologicamente, politicamente, organizzativamente e nello stile di lavoro. La purezza ideologica richiede che tutte le organizzazioni, gli iscritti e i dirigenti del Partito continuino ad assumere come proprio principio guida il marxismo e i raggiungimenti [teorici] dell’adattamento del marxismo alle condizioni cinesi; che mantengano incrollabile la convinzione negli ideali del socialismo e del comunismo; che seguano la linea ideologica marxista del “ricercare la verità attraverso i fatti”; che resistano strenuamente alla penetrazione di idee anti-marxiste; e che assumano una posizione contro le idee erronee che vanno contro i principi del marxismo”.

Invece di giocare sulle presunte contraddizioni che caratterizzano la figura del nuovo leader comunista, costretto a destreggiarsi tra dichiarazioni riformiste e poi conservatrici, meglio sarebbe guardare alla visibile continuità che caratterizza la sua azione politica. Anche perché è proprio dalle nostre parti che i termini “riforme” e “conservazione” hanno da tempo smarrito il loro reale significato (il peggioramento delle condizioni dei lavoratori è divenuto sinonimo di “riforme”).

Tra le posizioni riformiste sono stati annoverati i recenti inviti, rivolti pubblicamente ai funzionari, ad aprire il Partito comunista alla critiche che arrivano da persone influenti della società, dai media e da esponenti dei partiti alleati. E soprattutto sarebbe bene fare riferimento a quanto uscito dal Congresso comunista dello scorso ottobre: le riforme economiche e politiche non presuppongo alcuna dismissione del ruolo di guida del Pcc e del suo patrimonio ideologico in continua evoluzione, semmai un suo rilancio nel ruolo di asse centrale di un nuovo Fronte unito per lo sviluppo e la difesa del modello socialista cinese. Sarebbe bene mettersi il cuore un poco in pace: ad oggi non pare all’orizzonte alcun Gorbaciov in salsa cinese che possa rivendicare la missione storica dell’abbattimento del comunismo negli ultimi avamposti3.

Le misure contro la corruzione e a favore di una maggiore trasparenza delle decisioni, vanno, invece, viste proprio alla luce delle decennali riflessioni sulla caduta dell’Urss. E, insieme a queste, lo stabilimento di un moderno e universale sistema di welfare, le politiche di redistribuzione del reddito, le misure e le risorse dedicate a diminuire sensibilmente il divario tra le ricche regioni costiere e quelle interne (dove sono presenti le minoranze etniche) possono essere giudicate e lette in base a quel profondo “processo di apprendimento” che ha svolto e svolge la dirigenza comunista cinese. Le lezioni della storia sono assai chiare e non possono certo essere trascurate da chi guida una potenza economica e politica: conflittualità e divisioni interni, malcontento popolare e l’approfondirsi delle disuguaglianze, oltre a mettere in crisi la legittimità del Partito, possono fornire l’occasione tanto attesa dalle Potenze straniere per rimettere in discussione la sovranità cinese.

Gli stessi concetti di “Ascesa pacifica” e “Convergenza di interessi” che accompagnano, in sintonia con la decisa difesa della integrità nazionale e l’avvio della modernizzazione militare, la crescente presenza cinese sullo scacchiere geopolitico, sono il portato della costante volontà cinese di evitare un rinnovato e deleterio clima da guerra fredda con la conseguente formazione di blocchi militari contrapposti.

Potremmo dire che questo “processo di apprendimento” accompagna fin dall’inizio la lunga rivoluzione cinese. Affonda le sue radici nelle riflessioni condotte sulle ragioni che hanno portato alla fine del Celeste Impero sotto i colpi delle rivolte interne e del massiccio intervento coloniale e imperialista straniero. E quindi un caso che Xi Jinping abbia inaugurato il suo mandato di segretario ricordando come il sogno del rinnovamento cinese sia indissolubilmente legato al grande processo di ricostruzione del Paese iniziato nel 1840 tra umiliazioni e sofferenze?

NOTE

1 Brown K., “Lessons learned in China from the collapse of the Soviet Union” in http//: sydney.edu.au/china_studies_centre

2 New York Times, “Vows of Change in China Belie Private Warning” 14 febbraio 2012

3 Il riferimento è al discorso tenuto da Gorbaciov, nell’agosto del 2000, durante un seminario dell’Università statunitense della Turchia, nel quale confessò che “obiettivo della mia vita è stato annientare il comunismo, la sua insopportabile dittatura sulle gente”. Si veda Granado A., “Un gitano sedentario”, Milano, 2004, pagg. 216-218.

di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

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