«Ya Basta», il grido degli indigeni dopo i botti di capodannoTribuno del Popolo
lunedì , 27 marzo 2017
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«Ya Basta», il grido degli indigeni dopo i botti di capodanno

Vent’anni fa, in Chia­pas, l’urlo zapa­ti­sta nella notte di capo­danno: «Ya Basta!». Adesso basta, grida un eser­cito indi­geno, pre­va­len­te­mente com­po­sto da con­ta­dini, nel sud del Mes­sico. Dà l’assalto a quat­tro muni­cipi – San Cri­sto­bal de Las Casas, Alta­mi­rano, Oco­singo, Las Mar­ga­ri­tas – e ne occupa per poco altri tre.

Fonte: Il Manifesto

Poi se ne va da San Cri­sto­bal senza pro­blemi, il 2 gen­naio, evi­tando lo scon­tro con i mili­tari, che intanto stanno bom­bar­dando le comu­nità. A Oco­singo e nei pressi di Ran­cho Nuevo, sede della più impor­tante base mili­tare della regione, invece, gli insorti devono com­bat­tere e subire per­dite. Fa così la sua com­parsa l’Esercito zapa­ti­sta di libe­ra­zione nazio­nale (Ezln) e il sub­co­man­dante Mar­cos, con tanto di pipa e pas­sa­mon­ta­gna.

L’Ezln è nato il 17 novem­bre del 1983 nella Selva Lacan­dona, fon­dato dal coman­dante Ger­man e da un mani­polo di donne e uomini in mag­gio­ranza indi­geni e meticci. Pro­viene però da un gruppo gue­va­ri­sta attivo nel nord del paese fin dal 1969, le Fuer­zas de libe­ra­cion nacio­nal (Fln), che si è poi radi­cato nel Chia­pas e nelle regioni vicine dalla fine degli anni ‘70. Un’organizzazione con un clas­sico pro­gramma marxista-leninista, che pre­ve­deva la presa del potere poli­tico e l’instaurazione di «una repub­blica popo­lare e del socia­li­smo». La sto­ria dell’Ezln pren­derà invece un’altra strada, segnando fin dai suoi primi passi una distanza dalle rivo­lu­zioni di stampo nove­cen­te­sco.

L’insurrezione, si saprà in seguito, inte­deva però di esten­dersi ai vicini stati di Oaxaca, Taba­sco e fino alla capi­tale, fidando nell’appoggio della popo­la­zione. Un obiet­tivo, quindi, nazio­nale, che avanza allora undici richie­ste («lavoro, terra, casa, ali­men­ta­zione, salute, istru­zione, indi­pen­denza, libertà, demo­cra­zia, giu­sti­zia, pace») ed esige la desti­tu­zione di Car­los Sali­nas de Gor­tari (il «dit­ta­tore»), eletto nel 1988 con un’enorme frode. È stato lui a por­tare il paese verso il Trat­tato di libero com­mer­cio con gli Stati uniti e il Canada (Nafta) e alla riforma dell’articolo 27 della costi­tu­zione, nel 1992. Un balzo all’indietro a prima della Rivo­lu­zione mes­si­cana, che san­ci­sce la fine della riforma agra­ria e pro­voca mani­fe­sta­zioni e marce.

Il 12 otto­bre, la forza degli zapa­ti­sti è già evi­dente a San Cri­sto­bal de Las Casas tra le 10.000 per­sone che mani­fe­stano con l’Alianza nacio­nal cam­pe­sina inde­pen­diente Emi­liano Zapata (Anciez) e tirano giù la sta­tua del con­qui­sta­dor Diego de Maza­rie­gos. Mar­cos dirà poi che durante quelle mobi­li­ta­zioni, tra set­tem­bre e gen­naio, le comu­nità deci­dono di pas­sare alla lotta armata e che la via della Selva ha avuto la meglio su quella urbana: il movi­mento – sostiene Mar­cos — aveva allora un ampio soste­gno, però la società mes­si­cana non chie­deva agli zapa­ti­sti guerra ma pace e nego­ziato. Da qui la lunga rifles­sione dell’Ezln che lo por­terà a optare sem­pre più per una lotta poli­tica «che va dal basso verso l’alto», ali­men­tata da pause e meta­fore, cir­co­la­rità e cyber­co­mu­ni­ca­zione.

Un mese dopo quella prima insor­genza prende avvio la trat­ta­tiva tra governo e Ezln che por­terà agli accordi di San Andrés su «Diritti e cul­tura degli indi­geni», fir­mati il 16 feb­braio del ’96.Un punto, però, sem­pre disat­teso dal governo nel corso di que­sti vent’anni e nono­stante i nume­rosi ten­ta­tivi degli zapa­ti­sti per «andare al di là dello spec­chio truc­cato della realtà» (come disse Mar­cos allo scrit­tore Manuel Vaz­quez Mon­tal­ban).
Intanto, quell’iniziale pro­gramma è a suo modo andato avanti nei ter­ri­tori auto­nomi zapa­ti­sti. Con­tro venti e maree e a dispetto della forte repres­sione che con­ti­nua a col­pire le comu­nità. La «maschera» del sub­co­man­dante è entrata nell’immaginario inter­na­zio­nale. Colto, iro­nico, figlio della bor­ghe­sia, l’uomo con la pipa ha nel frat­tempo squa­der­nato a scrit­tori e gior­na­li­sti i suoi giu­dizi poli­tici e la sua filo­so­fia del «cam­mi­nare doman­dando», «in basso e a sini­stra» e senza pen­sare a pren­dere il potere. In que­sti giorni, nel suo ultimo comu­ni­cato ha attac­cato la stampa asser­vita ai poteri forti. E i gior­na­li­sti non pos­sono entrare all’«escuelita» zapa­ti­sta.

Intanto, il Mes­sico è sem­pre nella morsa del neo­li­be­ri­smo. Il Nafta, i nuovi accordi del Paci­fico e la sven­dita del petro­lio pub­blico sono al cen­tro delle poli­ti­che di Peña Nieto. Le mani­fe­sta­zioni si sus­se­guono. Il paese conta una quin­di­cina di guer­ri­glie. La più pre­sente, l’Esercito popo­lare rivo­lu­zio­na­rio (Epr), di orien­ta­mento marxista-leninista, ha anche un suo brac­cio legale ed è nata due anni dopo l’insurrezione zapa­ti­sta. In altre parti dell’America latina, si scom­mette sul «socia­li­smo del XXI secolo» messo in moto da Hugo Chá­vez in Vene­zuela. La ribel­lione civico-militare del Coman­dante, nel 92, è stato l’altro grande spar­tiac­que di fine secolo, che ha rimesso al cen­tro della scena gli ultimi degli ultimi. E ha ria­perto la strada che sem­brava chiu­dersi con la fine dell’Unione sovietica.

Geraldina Colotti

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