Yarmouk: una tragedia palestinese nella tragedia sirianaTribuno del Popolo
venerdì , 28 luglio 2017
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Yarmouk: una tragedia palestinese nella tragedia siriana

Yarmouk è una cittadina alla periferia sud di Damasco che dal 1957 è diventato un  campo profughi per la popolazione palestinese. La guerra drammatica che sta distruggendo la Siria qui si fa ancora più crudele. È una prigione nella prigione.

Yarmouk si trova a solo 8 km dal centro della capitale. Fino alla scoppio della guerra civile qui la vita per i palestinesi era decorosa e migliore di quella di molti altri campi. Nonostante la densità della popolazione fosse molto alta, più di 200.000persone, non c’erano tende a Yarmouk ma case vere, supermercati, internet caffè e librerie. C’era una vita normale. Se qualcuno si ammalava c’erano i dottori, se qualcuno aveva fame c’erano i banchetti con il cibo di strada. Oggi ci sono solo bambini che muoiono di fame, donne che non sanno come sopravvivere e anziani che assistono allo sterminio delle loro famiglie. La popolazione è stata ridotta a 18.000.

Con lo scoppio della guerra civile, Yarmouk è diventato lo scenario di una lotta brutale tra i ribelli dell’Esercito siriano libero e i ribelli palestinesi del Liwa al-Asifa da una parte e l’esercito siriano insieme al Fronte Popolare per la liberazione della Palestina dall’altra. Tutto inizia nel dicembre del 2012 quando i ribelli entrano nel campo perché abbastanza vicino a Damasco e, quindi, luogo strategico per preparare un attacco al governo. Nel giro di pochi mesi Assad si organizza e circonda il campo con l’intenzione di incastrare i ribelli. I rifugiati si trovano in mezzo a questa guerra, costretti ad impugnare le armi per difendersi da entrambe le parti.

Sono migliaia le persone intrappolate in questo inferno dove si spara da ogni lato e dove i bombardamenti dall’alto sono all’ordine del giorno. I cecchini dell’esercito non abbandonano mai le postazioni, e hanno promesso di non farlo finche tutti i ribelli non saranno morti. Nel frattempo, però, non sparano sui ribelli, ma su donne e anziani che si muovono in cerca di cibo. Noor, una donna di 29 anni e madre di un bambino, racconta che per 3 mesi hanno mangiato erba, finché fuori ce n’era, e acqua bollita. Umm Hasan, ventisettenne madre di due bimbi, dice che non ci sono più persone a Yarmouk, solo scheletri dalla pelle gialla.

Negli ultimi giorni gira su internet e sulle pagine dei principali quotidiani la foto di Israa al Masri. La foto mostra la bambina poco prima di morire di fame. È un immagine terribile, un primo piano che ti spezza l’anima, uno sguardo che ti entra dentro e non ti abbandona più. Uno sguardo che ti fa sentire responsabile, colpevole, che non ti fa dormire.

Dal 18 gennaio è stato permesso agli operatori dell’UNRWA di entrare nel campo e portare del cibo, ma ciò era pericolosissimo poiché i combattimenti continuavano, perciò era complicato raggiungere gli abitanti. Il 12 febbraio è stato raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. L’Iran ha fatto da intermediario tra le fazioni palestinesi che hanno accettato di allontanarsi dal campo. L’esercito ha acconsentito di sospendere il coprifuoco e permettere agli aiuti di entrare e alla popolazione civile di uscire dal campo. La speranza è che questo cessate il fuoco continui il tempo necessario per portare fuori tutti e permetterli di iniziare a vivere altrove, perché a Yarmouk non ci sono più le condizioni.

  Elda Goci

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