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mercoledì , 29 marzo 2017
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La resistenza antifascista degli operai ucraini tra “riforme strutturali” e squadrismo neo-nazista

La grave crisi che sta attraversando l’Ucraina è stata analizzata dai più diversi punti di vista. Tuttavia, mentre le interpretazioni dei torbidi in corso come conflitto geopolitico (USA-Russia) e scontro interetnico (ucraini-russofoni) trovano molto spazio, di gran lunga minore visibilità hanno quelle letture che cercano di comprendere la situazione attuale alla luce dei rapporti di forza tra le classi sociali ucraine.

Fonte: La Clessidra

È opportuno iniziare questa analisi “materialista” facendo i conti con la versione ufficiale che i media mainstream hanno dato della crisi ucraina. Nell’autunno del 2013 una folla di migliaia di giovani europeisti si sarebbe sollevata contro il dittatore filo-russo Yanukovich, che, dopo un tentativo di repressione, sarebbe stato rovesciato nel febbraio di quest’anno dalla classica “rivoluzione colorata” fatta per amore dell’Europa. Al netto di questo dozzinale romanticismo europeista, le cose sono andate diversamente. Le agitazioni di piazza che hanno portato alla caduta di Yanukovich, presidente democraticamente eletto, erano animate, da un lato, da piccoli proprietari e commercianti; dall’altro lato, da strati del sottoproletariato urbano, legati al mondo del tifo organizzato. Alla testa di questo movimento si sono presto collocati sigle e partiti dell’estrema destra nazionalista e antisemita (1). A livello di composizione di classe e d’ideologia politica, dunque, niente di molto distante dai “forconi” nostrani e dai bonnets rouges francesi. Si tratta, infatti, di manifestazioni delmalessere della piccola borghesia che in tempi di crisi, stretta tra i processi di concentrazione del capitale e l’incubo della proletarizzazione, è storicamente facile preda delle sirene dell’estrema destra.

Nel caso ucraino, a fare presa su questi strati sociali in fibrillazione sono stati soprattutto il partito neo-nazista Svoboda e l’organizzazione paramilitare Settore destro, che hanno giocato un ruolo fondamentale negli scontri di piazza. Questi “giovani europeisti” hanno tra i loro miti di riferimento, da un lato, Stepan Bandera, laeder fascista ucraino, collaboratore dei nazisti e cacciatore di ebrei durante la Secondaguerra mondiale; dall’altro lato, il così detto Holodomor, cioè quell’ineffabile “genocidio degli ucraini” che sarebbe stato perpetrato dai comunisti sovietici; in realtà, nient’altro che una carestia dovuta ai sabotaggi e alle distruzioni compiute dai medi e grandi proprietari terrieri ucraini di fronte alla collettivizzazione delle campagne, lanciata nel 1929 da Stalin alla testa dei braccianti e dei contadini poveri (2). Prima tappa, questa, di un processo straordinario, che in pochi anni avrebbe reso l’URSS una potenza militare in grado di sconfiggere da sola il grosso della macchina da guerra hitleriana. Le responsabilità dei kulaki ucraini nella carestia del 1930 furono opportunamente trasfigurate da Hitler prima e poi da Reagan per alimentare il separatismo ucraino in funzione antisovietica. È su questi riferimenti che si basa l’ideologia ferocemente russofoba, anticomunista e antisemita dell’ultranazionalismo ucraino – il vero protagonista dell’Euromaidan.

Nel turbine delle violenze delle squadracce euro-fasciste, dopo che dei misteriosi cecchini inscenarono la repressione “violenta” del governo in carica (3), Yanukovich venne sostituito dalla giunta golpista ora al potere, la cui composizione rispecchia le due anime della rivolta. A capo dell’esecutivo e dei dicasteri economici siedono grigi tecnocrati incaricati dagli oligarchi ucraini e dalle istituzioni internazionali di realizzare, in cambio di prestiti multimiliardari, riforme strutturali neoliberiste, fatte di aumenti delle imposte sui consumi, tagli lineari ai (pochi) servizi sociali rimasti e privatizzazioni selvagge da dare in pasto agli oligarchi e al capitale finanziario multinazionale. Viceversa, i vertici del ministero della difesa, della magistratura inquirente e dei servizi segreti sono affidati ai gerarchi della destra neonazista, incaricati di dirigere la repressione del dissenso (4).

Per facilitare le cose, la giunta golpista ha provveduto fin dai suoi primi giorni di attività a sostituire dall’alto i governatori locali eletti dal popolo direttamente con gli oligarchi, che usano il pugno di ferro contro la popolazione, assoldando dei veri e propri squadroni della morte per attaccare e terrorizzare le uniche forze di opposizione attive, e cioè i sindacati e il Partito comunista. Il culmine delle violenze squadristiche perpetrate da questa santa alleanza tra neonazismo e liberismo è stato raggiunto con il massacro di Odessa (2 maggio 2014), dove i fascisti hanno incendiato la Casa dei sindacati, uccidendo una quarantina tra militanti comunisti e delegati sindacali (5). Insomma, al di là della sua retorica antiborghese e anti-imperialista, la destra sedicente “sociale” conferma, da un lato, la sua natura di classe e il suo ruolo di braccio armato dei capitalisti e della troika; dall’altro lato, che gli “opposti” politici non si attraggono: si combattono.

La resistenza popolare alla giunta nazi-liberista al potere non ha tardato a svilupparsi, specialmente nella regione sud-orientale del Donbass, altamente industrializzata e popolata da una classe lavoratrice numerosa, concentrata in grandi impianti, ben organizzata e consapevole di sé. Nelle roccaforti operaie di questa regione i siderurgici e i minatori si sono resi protagonisti di una serie di sollevazioni antifasciste, cacciando gli oligarchi nominati dalla giunta di Kiev e instaurando delle Repubbliche popolari dai marcati tratti socialisti. Particolarmente interessante è il caso della Repubblica popolare di Donetsk, capoluogo del Donbass. La dichiarazione d’indipendenza del 7 aprile, proclamata sulle note dell’inno sovietico e dell’Internazionale, prevede a chiare lettere che “la Repubblica offre le condizioni per il libero sviluppo e la tutela delle forme di proprietà costituzionalmente riconosciute, che escludono l’appropriazione dei risultati del lavoro altrui, con priorità alle forme di proprietà collettive” (6). Il 15 maggio, falliti i tentativi di mediazione con il governo centrale diretti a indire un referendum per il federalismo, la Repubblica popolare si consolida, adottando un ordinamento costituzionale in cui il Soviet Supremo, organo legislativo eletto a suffragio universale, esprime il presidente del suo Presidium, che svolge le funzioni di Capo dello Stato. Pochi giorni dopo, il presidente della Repubblica popolare Denis Pushilin annuncia un piano di nazionalizzazioni delle proprietà degli oligarchi (7): fine della “ricreazione” delle privatizzazioni liberiste. Insomma, è chiaro che nell’attuale crisi ucraina, accanto alle contraddizioni geopolitiche e interetniche, sta svolgendo un ruolo fondamentale anche il conflitto tra capitale e lavoro: uno spettro si aggira per il Donbass, verrebbe da dire…

Tutto ciò non è stato privo di conseguenze, dato che il FMI ha subordinato la concessione dei suoi prestiti alla riconquista del Donbass, che produce circa il 20% del PIL ucraino (8). Le prime offensive lanciate dalla giunta si sono sfaldate nel segno di diserzioni ed insubordinazioni. A rimediare, nell’ultima, sanguinosa offensiva lanciata il 26 maggio dall’oligarca e neopresidente ucraino Poroshenko, ci hanno pensato i paramilitari nazisti, inquadrati nella “guardia nazionale”, e i mercenari dei Paesi NATO, entrambi finanziati a pioggia da oligarchi e Stati Uniti. Dall’altro lato della barricata stanno le milizie popolari del Donbass, con una massiccia presenza di operai sindacalizzati e militanti comunisti, sostenuti da brigate internazionali e volontari russi; con Putin, però, probabilmente non molto entusiasta della piega sociale che ha preso l’insurrezione nel sud-est e in odore di accordi con il nuovo presidente. Il destino della resistenza operaia del Donbass contro la giunta di Kiev è oggi quanto mai incerto. Certo è, invece, che per comprendere appieno la crisi ucraina non si può fare astrazione (come fanno i media nostrani) dal conflitto in atto tra l’oligarchia economica al potere e il proletariato ucraino.

Andrea Parziale

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Note

(1) http://roarmag.org/2014/02/euromaidan-protests-ukraine-contradictions/

(2) http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/cust9m19-005881.htm

(3) http://www.ilgiornale.it/news/esteri/999357.html

(4) http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/post/2810920.html

(5) http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/strage-odessa-censura_b_5262168.html

(6) http://krasnoe.tv/node/21592

(7) http://itar-tass.com/mezhdunarodnaya-panorama/1199312

 

(8)http://lastampa.it/2014/05/05/blogs/underblog/ucraina-i-miliardi-del-fmi-e-l-offensiva-nel-sud-est-zBUjdR5qaR8swQrJpVMZwJ/pagina.html

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